“Il rossetto si confuse con il sangue e come nelle fiabe intervenne un principe. Mi portò a casa sua. Due settimane dopo mia madre viene a riprendermi, lui per trattenermi bruciò tutti i vestiti. Ero nuda. Ero troppo nuda perché mia madre potesse riprendermi a casa”. Recita così una delle storie di donne raccontate da “Cattività”, un documentario, in uscita il prossimo 12 marzo su Chili, CGDIGITAL e ITUNES, diretto da Bruno Oliviero che mostra il percorso di rinascita posto in essere da alcune detenute del reparto di Alta Sicurezza femminile del carcere di Vigevano in provincia di Pavia. Oliviero mostra il percorso intrapreso da queste donne con l’aiuto di Mimmo Sorrentino, regista e drammaturgo, il quale grazie al progetto teatrale “Educarsi alla libertà” ha cercato di far comprendere come alcuni dei volti femminili legati alla mafia, alla camorra e alla ’ndrangheta possano rappresentare un esempio di cambiamento. La linea guida di tale progetto risiede nel consentire a queste donne di portare in scena fasi segnanti della loro vita, partendo dai momenti realistici dell’infanzia fino a raggiungere quelli meno realistici dei morti ammazzati. Sì, perché queste donne sono coinvolte in maniera pressocché indiretta nei crimini, sono figure che in quanto madri, mogli e figlie hanno assunto su di sé il crimine della famiglia.

Il fil rouge dei racconti della malavita femminile risiede infatti in un’unica figura ripetutamente citata, quella del padre. Un uomo preponderante nelle loro vite, un uomo che rappresenta in realtà tanti uomini diversi che hanno generato tante storie diverse, in cui però la sottomissione della donna è sempre presente. Quella del padre è una figura esasperata ed esasperante, la narrazione sottolinea lo strazio tra l’amore ed il rifiuto fermando la videocamera su un piano a campo lunghissimo, in cui non è visibile alcuna figura di donna, l’ambiente è protagonista, il carcere è sullo sfondo, tutto è immobile ma è vivo il suono extradiegetico di una voce femminile che rivolge una preghiera straziante ad un padre. Lo spettatore non sa di chi sia il genitore, ma la sequenza successiva dei volti di tutte le donne aiuta a comprendere come questa confessione a cuore aperto coinvolga tutte le loro storie. Nel percorso affrontato le detenute rivivono le loro storie in quelle delle compagne vivendo un’amplificazione della loro esperienza. Ciò lo si denota nelle riprese in primo piano in cui le figure delle donne sono nel buio totale mentre solo il loro volto, o una parte di esso, viene illuminato da una luce proveniente da piccole torce che ne chiaroscurano i lineamenti. La veridicità delle argomentazioni esaltano i contenuti delle parole che si susseguono quasi fossero poesie in rima, come se le storie fossero antichi racconti tramandati oralmente da generazioni. “Cattività”, in fondo, è il racconto reale di un viaggio inter ed extra psicologico di donne che nella loro colpevolezza ritrovano la forza di rinascere dalle proprie ceneri.

Cristina Quattrociocchi