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“Malcolm & Marie” (Netflix): il battibecco di coppia come “spogliarello morale”

L’angolo di Michele Anselmi 

Vero: “Malcolm & Marie” sembra a tratti un esercizio di stile, il corpo a corpo sentimentale/esistenziale sprofonda volentieri nella logorrea fine a sé stessa, il bianco e nero suona come un artificio estetico per metaforizzare il tutto o rendere più vividi la pelle scura e le mutandine candide. Tuttavia, vincendo qualche ritrosia riguardo al tema, alla fine l’ho visto senza troppo annoiarmi, pure appassionandomi un po’ alle schermaglie della coppia indicata dal titolo.
Girato per Netflix durante la pandemia, a basso costo, con troupe ridotta al minimo e appunto due soli personaggi, il film del 36enne Sam Levinson, figlio del più famoso Barry (“Rain Man”, “Sleepers”…), è la cronaca quasi in tempo reale di un litigio furibondo tra due fidanzati danarosi, almeno a osservare la loro casa tutta vetri immersa nella campagna californiana.
Malcolm e Marie sono belli, giovani, sensuali, ben assortiti a letto, ma si vede subito che qualcosa non va tra i due. Infatti, reduci dall’applaudita prémière del film diretto da lui ma ispirato al passato “tossico” di lei, prendono a dirsi le peggio cose all’una di notte. Marie rimprovera a Malcolm di non averla ringraziata in pubblico per “l’ispirazione” e di aver fatto il cretino con l’attrice protagonista, una certa Taylor; Malcolm rimprovera a Marie di non sapersi imporre e di aver rinunciato a tutto, anche al “provino” che pure lui voleva farle per quella parte.
La situazione precipita, secondo un copione d’impianto teatrale, da gioco al massacro, fatto di monologhi, tra invettive e lacrime, una volta lui e una volta lei, dentro un andamento, come ha notato il critico Francesco Gallo, quasi jazz. Il match è senza esclusione di colpi, a un certo punto spunta anche un coltellaccio da cucina e l’atmosfera si fa davvero tesa; ma forse è solo un gioco delle parti, un battibecco-recita, in attesa che il sesso faccia la sua parte.
Primi piani, dettagli fisici, musica negli intermezzi, inquadrature studiatissime, lo “struccarsi” progressivo di lei come una sfida all’insegna della presunta verità; e naturalmente il cinema torna nella convulsa chiacchierata, essendo lui è un accanito “filmofago”, e quindi cita William Wyler e Billy Wilder, Barry Jenkins e Spike Lee, a sorpresa anche il nostro Gillo Pontercovo.
Il tono generale è da “spogliarello morale”, tra il teatro di Edward Albee e qualcosa di “Carnage”, benché Levinson sembri interessato più al meccanismo drammaturgico che alla sostanza della partitura. Ma nel sottofinale della contesa notturna, quando per fortuna non si parla più di cinema, affiora una dimensione umana dal sapore universale, che travalica il mondo di riferimento e può essere condivisa da tutti.
Lui è John David Washington, figlio di Denzel, lei è Zendaya, al secolo Zendaya Maree Stoermer Coleman: si vede che hanno molto provato il testo per raggiungere la “naturalezza” cercata dal regista e impacchettata nella smaltata fotografia di Marcell Rév. Però 106 minuti sono decisamente troppi, ogni tanto mi sono appisolato.

Michele Anselmi

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