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Marcel Marceau, il mimo che salvò i bambini ebrei. Un film “on demand”

L’angolo di Michele Anselmi

Solo nel 2001, nel ricevere la prestigiosa medaglia “Raoul Wallenberg”, Marcel Marceau parlò diffusamente del suo passato nella Resistenza francese. Disse in quell’occasione: “Le persone che sono tornate dai campi di sterminio spesso non sono state in grado di parlarne… Mi chiamo Mangel di cognome. Sono ebreo. Forse questo, inconsciamente, ha contribuito alla mia scelta del silenzio”. Sei anni dopo il grande mimo sarebbe morto; era nato a Strasburgo, nel 1923.
Quella storia remota, ma non di poco conto, viene ora ricostruita da un film del regista venezuelano Jonathan Jacubowicz, prodotto con capitali americani, inglesi e tedeschi, che arriva martedì 23 giugno “on demand” sulle principali piattaforme, cioè Sky Primafila Premiere, Apple Tv, Chili, Google Play, Infinity, Tim Vision, Rakunen Tv, Cg Entertainmenmt, The Film Club. Doveva uscire nelle sale “Resistance – La voce del silenzio”, targato Cloud 9 e Vision Distribution, ma si sa come sono andate le cose e d’altro canto sono pochi i cinema riaperti. Magari è sul piccolo schermo che il film potrà trovare un suo pubblico più motivato, vedremo.
Nei panni di Marcel Marceau, aspirante attore e già mimo sul finire degli anni Trenta, sia pure irriso dagli amici per come rifà Charlot, c’è l’attore americano Jesse Eisenberg, uno dei migliori della sua generazione (fu Mark Zuckerberg in “The Social Network”). Il giovanotto ebreo, figlio di un macellaio che pare poco capirlo nelle sue aspirazioni, non è uomo da imbracciare il fucile contro i nazisti, ma mostra un garbo particolare nel trattare e divertire i 123 orfani ebrei che arrivano a Strasburgo poco prima che, nel maggio 1940, Hitler invada la Francia. Tutto sta per precipitare, sicché Marcel intuisce ciò che sarà utile insegnare a quei bambini in pericolo: “rendere visibile l’invisibile e invisibile il visibile”, cioè mimetizzarsi.
Il film, lungo due ore, è racchiuso in una sorta di lungo flashback che parte nel 1945 a Norimberga, quando il generale Patton, di fronte a tremila soldati americani, rievoca la vicenda di quello sconosciuto artista francese prima di farlo salire sul palco per la sua prima “recita” (in realtà la cosa avvenne nel 1944 dopo la liberazione di Parigi).
Col basco o senza basco, dotato di incredibile sangue freddo nel nascondere le emozioni di fronte alle minacce, Marcel Mangel, nel frattempo diventato Marceau per mascherare le radici semite, ne passerà di tutti i colori in quei cinque anni di guerra: la fuga a Limoges e poi a Lione, l’amore mai sbocciato davvero per l’amica Emma, l’incontro col feroce torturatore Klaus Barbie, l’affiliazione ai “Gruppi di resistenza ebraica” attraverso i quali riesce a far scappare in Svizzera centinaia di bambini ebrei braccati dalle SS.
“Resistance” ha come sottotitolo “La voce del silenzio”, e il concetto suona pertinente: Marceau costruì la sua fortuna artistica sull’assenza della parola, lasciando che il mimo “parlasse” per conto dell’attore, pure pittore e drammaturgo.
Il film è convenzionale ma non banale, con momenti di suspense, specie quando c’è di mezzo il diabolico Barbie, incarnato dal tedesco Matthias Schweighöfer, uno che fa davvero paura. Nel ricco cast appaiono anche Ed Harris, Clémence Poésy ed Édgar Ramirez, nei panni rispettivamente di Patton, Emma e dell’ebreo Sigmund (ma sfido tutti a riconoscerlo).

Michele Anselmi

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