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“Mario Bava – i mille volti della paura”: recuperate il cult delle edizioni Profondo rosso

Tra i libri di punta della serie storica Profondo rosso, “Mario Bava – i mille volti della paura” ha dalla sua il punto di vista privilegiato che l’autore, Luigi Cozzi, ha sul mondo del regista di “La maschera del demonio” e “Lisa il diavolo”. Dopo il volume che qui presentiamo, quasi un oggetto di culto nell’edizione 2001, poi ristampato nel 2013, Cozzi ha dedicato un altro lavoro all’opera di Mario – “La famiglia Bava. Cento anni di cinema” (2016) – che approfondisce e amplia lo studio, analizzando anche i percorsi artistici del padre Eugenio, del figlio Lamberto e del nipote Fabrizio.

“Mario Bava – i mille volti della paura” è uno dei tomi più amati della tua casa editrice, possiamo parlarne?
Luigi Cozzi: Volentieri. È stato uno dei primi libri che ho fatto per la nostra casa editrice ed è anche uno di quelli che mi hanno dato le maggiori soddisfazioni. Mi ha fatto un particolare piacere il giudizio che me ne ha dato Lamberto Bava, il figlio di Mario, dopo averlo letto: “Leggendolo, mi è sembrato proprio di risentir parlare mio padre. Lui era davvero così.”

Differentemente dalla lettura strettamente critica del Castoro di Alberto Pezzotta per cui hai parole di elogio e dal mastodontico e squilibrato volume firmato Tim Lucas, “Mario Bava – i mille volti della paura” ha il vantaggio della chiarezza espositiva nonostante la mole dei materiali di prima mano che contribuiscono ad offrire un quadro d’insieme completo sul regista. Come hai lavorato alla selezione dei materiali?
L.C.: Io lavoro sempre così, perché per me la chiarezza e la facilità di comprensione sono alla base di tutto quello che scrivo. Non mi ritengo infatti un critico…anche se ho le mie opinioni, sia chiaro, ma ci tengo a essere di più uno storico e soprattutto un divulgatore. Metto cioè a disposizione del lettore tutti gli elementi che lo possono porre in grado di esprimere un suo giudizio sull’argomento che ho affrontato, giudizio che può benissimo anche essere del tutto diverso da quello che ho io.

Da appassionato della prima ora, hai conosciuto Bava nella prima metà degli anni Sessanta, ad amico e collaboratore non solo del grande regista, ma anche del figlio Lamberto e del nipote Fabrizio, che è stato tuo aiuto-regista, qual è il punto di vista sulla sua eredità? Dopo decenni di rimozione critica forzata e di ignoranza mascherata per sciocco snobismo, il cinema di Mario Bava è citato e copiato. Chi ha saputo mantenere intatta la sua visione?
L.C.: Il cinema di Mario Bava era troppo personale e astratto, e anche così influenzato dalle contingenze del periodo in cui si è sviluppato, che lo ritengo assolutamente inimitabile e unico. Certo, moltissimi hanno cercato di imitarlo, ma in realtà si sono limitati solo a riprenderne superficialmente delle caratteristiche tipiche tipo l’uso dei colori accesi, mentre Bava lavorava e creava sensazioni con i colori, come fanno con la loro tavolozza i grandi pittori…perché lui effettivamente era un vero pittore che si era messo a fare il cinema perché dipingendo quadri non avrebbe potuto mantenere se stesso e la sua famiglia. Bava era un artista autentico, non un imitatore.

Le tue tre storiche interviste pubblicate su “Ciao 2001”, “New Cinema” e “Horror” – che sono presenti nel volume – rappresentano in assoluto il primo approccio di lettura storico-critica dell’opera di Mario Bava. Puoi parlarci di questi momenti e di com’era la critica cinematografica nostrana del tempo?
L.C.: Più che interviste vere e proprie, quelle mie interviste con Mario sono stati incontri…io lo andavo a trovare e allora parlavamo, del più e del meno. Poi io, che avevo memorizzato il più possibile di quegli incontri, appena rientravo a casa li mettevo su carta cercando di ripetere le esatte parole e i toni precisi con cui lui mi aveva detto tutte quelle cose. In quanto alla critica cinematografica italiana, non si occupava minimamente di Bava e dei suoi film, che erano considerati con disprezzo come delle opere bassamente commerciali e prive di qualsiasi valore artistico. Bava e il suo cinema per la critica semplicemente non esistevano.

Dalla sezione “Hanno detto di Mario Bava” viene fuori il ritratto di un uomo gentile e simpatico, modesto e geniale, che è anche il tuo ricordo. Quando da giornalista sei diventato regista, com’è cambiato il suo atteggiamento nei tuoi confronti? In che modo ti ha aiutato e sostenuto… 
L.C.: Quando io ho cominciato a lavorare con Dario Argento e nel cinema in generale, con Mario ci siamo un po’ persi di vista perché frequentavamo ambienti cinematografici diversi. Ci siamo rivisti casualmente alcune volte e il rapporto tra noi è sempre rimasto bello e cordiale, io continuavo ad ammirarlo e lui si interessava al tipo di cinema che facevo io. A un certo punto, Mario aveva anche provato a realizzare un copione scritto da me, “Star Riders – I cavalieri delle stelle”, ma non ci riuscì perché il budget necessario per farlo sarebbe stato troppo alto.

Il fatto che Bava sia sempre stato un regista di culto in America ed un mestierante semisconosciuto in Italia, almeno fino ad una ventina di anni fa, è piuttosto indicativo. In un’intervista presente nel volume, scherzando, Bava sostiene che americani e francesi apprezzavano più degli italiani il suo cinema “perché sono più fessi di noi”… A cosa è legata la vera ragione di ciò?
L.C.: L’Italia ha sempre avuto una cultura molto chiusa e retrograda di base umanistica e una visione delle cose abbastanza corta. Ricordiamoci per esempio che qui in Italia c’era Enrico Fermi e proprio a Roma sotto il regime guerrafondaio di Mussolini lui ha realizzato la prima scissione dell’atomo, preludio indispensabile per arrivare alla costruzione della prima bomba atomica, ma invece di lasciarlo continuare con le sue ricerche, i suoi superiori lo licenziarono dalla scuola dove lavorava come professore per far posto al solito raccomandato, e così Fermi fu costretto a offrire la sua scoperta agli americani, che immediatamente gliela fecero sviluppare nell’università di Chicago. Purtroppo questa cecità intellettuale o ottusità, se preferite, è diffusa e tipica della cultura italiana in ogni campo e infatti anche oggi i migliori cervelli italiani sono costretti ad andarsene all’estero. L’unica differenza tra il caso di Fermi e quello di Bava consiste nel fattore umano e personale, nel senso che Mario si trovava troppo bene inserito a Roma e quindi, malgrado le numerose offerte ricevute dagli americani, ha sempre preferito restarsene in Italia, pur dovendo essere costretto di conseguenza a barcamenarsi con quel poco che i produttori nostrani gli offrivano o gli lasciavano fare. Comunque, malgrado queste pesanti limitazioni, lui era talmente dotato di gusto, talento e fantasia che è riuscito a imporsi lo stesso, accontentandosi che a capirlo veramente fino alla sua morte fossero solo gli stranieri e non gli italiani.

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