Sound & Vision

Paolo Spaccamonti è una presenza carsica nella scena underground italiana. Con la sua sei corde, muovendosi tra avanguardia e musica sperimentale, il chitarrista torinese ha pubblicato numerosi album da solista (il più recente si intitola “Nel Torbido”) e collaborato con grandi musicisti italiani ed esteri come Jochen Arbeit degli Einstürzende Neubauten, Stefano Pilia, Jim White, Emidio Clementi dei Massimo Volume e il polistrumentista Enrico Gabrielli. Il musicista ha all’attivo anche diverse colonne sonore per la tv, il cinema e il teatro, dimostrando una grande fascinazione per il dialogo con le immagini in movimento. Su spinta del Museo Nazionale del Cinema di Torino, inoltre, si è avvicinato alla sonorizzazione del vivo di pellicole mute come “Vampyr” e l’immortale classico “L’uomo con la macchina da presa” di Vertov. Questa predisposizione per i cine concerti si è concretizzata, di recente, in un nuovo spettacolo debuttato il sedici giugno alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro al fianco del trombettista Ramon Moro. Abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lui su Zoom di questa sonorizzazione di “Die Puppe” di Ernst Lubitsch e, più in generale, della sua attività da musicista a servizio delle immagini.

Paolo ci racconta di sentirsi a casa quando è ospite della rassegna marchigiana, dato che era legato da una grande amicizia con Mirko Bertuccioli dei Camillas, tra le altre cose anche gestore della sezione del festival “Il muro del suono”, e che era già stato chiamato a musicare “Vampyr” oltre a comporre la sigla per l’edizione del 2021. Il concerto è andato molto bene, nonostante sia stato una sfida per i due musicisti, sia per l’orario di esecuzione a mezzanotte, sia perché “Die Puppe”, sostanzialmente, è una commedia. Pellicola scelta dagli organizzatori della rassegna per ovvie ragioni di tempistica, col fine di evitare che lo spettacolo superasse l’ora di durata, ma anche per far riscoprire agli spettatori un piccolo gioiello del cinema muto. Il lavoro sul film è andato avanti per circa tre mesi, in cui entrambi i musicisti hanno guardato il lungometraggio, si sono riuniti in studio e hanno formalizzato le partiture. A questo processo è seguita un’altra fase di scrittura di appunti in solitaria, ulteriormente rifinita assieme per dare la sensazione di essere “incollata” al film e non improvvisata estemporaneamente. Nonostante ciò, il chitarrista torinese ci racconta che il duo non si preclude momenti in cui è possibile divagare, per esplorare soluzione inedite, però sempre innestandosi al rigoroso canovaccio di partenza.

Dal punto di vista più strettamente tecnico, il musicista rivela di aver utilizzato un sintetizzatore Microkorg (utilizzato, tra i tanti, anche da Warren Ellis coi Bad Seeds), oltre che la fedele Gibson SG correlata da effetti a pedali quali il Red Panda Particles, l’octaver Pog, il pitch-shifter Super Ego, una loop station, un immancabile fuzz e il controllo del volume. Per quanto riguarda l’approccio chitarristico, Spaccamonti non è poi così lontano dalla poetica sonora di Jim Jarmusch con gli Sqürl: a lui piace questa analogia, dato che è un musicista che stima molto e col quale condivide l’approccio da autodidatta e la filosofia del considerare la sei corde come un mezzo per approdare a sonorità inusuali. Tra gli altri nomi di chitarristi che stima compaiono Tony Iommi dei Black Sabbath, Alan Sparhawk dei Low, Mick Turner dei Dirty Three e l’immancabile Neil Young, nella doppia veste di compositore e chitarrista minimalista.

I registi che stima di più, invece, sono il sopracitato Jarmusch, ma anche Daniele Ciprì e Franco Maresco e autori afferenti al filone della commedia all’italiana come Scola, Monicelli e Risi. Non solo: Paolo è anche un grande fan dell’ultima ondata di registi greci come Lanthimos (di cui ha apprezzato moltissimo gli ultimi due film), oltre che dei maestri della New Hollywood Coppola e Scorsese, del neorealismo di Pietro Germi e del recente “Palazzina Laf”. Immancabile anche l’amore per Abel Ferrara di “The Funeral” e “The Addiction” per il suo approccio punk e tutt’altro che accademico alla regia. Il musicista, un vero e proprio cinefilo, frequenta assiduamente le sale, che nella sua Torino resistono contro le chiusure sempre più frequenti, offrendo interessanti retrospettive grazie alle quali riscoprire dell’ottimo cinema.

Dato che due mesi fa è uscito “Nel Torbido”, il compositore ci racconta quali sono le differenze tra un disco e una sonorizzazione. Se l’ispirazione per quest’ultima è giocoforza collegata a un preciso film, l’album racchiude brani ideati nel corso degli anni, fotografando l’evoluzione musicale dell’artista. L’ultimo, ad esempio, è una raccolta di brani inizialmente nati per diversi spettacoli teatrali. Inoltre, il chitarrista è solito realizzare i cine concerti con altri stimati musicisti, dando vita ad un risultato che è necessariamente frutto di uno scambio, legato indissolubilmente anche alla scelta del partner musicale.

Per quanto riguarda il prossimo futuro, Paolo porterà dal vivo la sua ultima fatica discografica da luglio, così come lo show ideato con Ramon Moro, in modo da donargli una seconda vita oltre l’anteprima nazionale. A settembre, inoltre, uscirà un nuovo disco di musiche originali tratte da uno spettacolo teatrale su Ifigenia e Oreste.

Prima di salutarci domandiamo al chitarrista quale pellicola sognerebbe di sonorizzare o di riscriverne la colonna sonora. Senza pensarci un attimo (anche se “Ghost Dog “di Jarmusch solleva un’alternativa), risponde “Taxi Driver”, amando l’atmosfera notturna e sentendosi immedesimato nella sofferenza di Travis Bickle. Non resta che lasciarsi sprofondare nelle paludi sonore de “Nel Torbido” e accorrere in sala per assistere alla suggestiva sonorizzazione di “Die Puppe”.

Gioele Barsotti

Foto: © Roberto Savino