L’angolo di Michele Anselmi

Vedi “Marx può aspettare” di Marco Bellocchio, da oggi nelle sale italiane con Rai Cinema, domani a Cannes dove il regista riceverà la Palma d’oro alla carriera, e sgorgano spontanee alcune domande. Almeno nel sottoscritto. Quanto siamo stati distratti, se non egoisti, nella nostra esistenza? Perché talvolta non abbiamo saputo ascoltare chi ci chiedeva aiuto? Dove abbiamo sbagliato, col risultato di provocare sofferenze, rancori e incomprensioni?
Bellocchio, classe 1939, ha girato un film autobiografico e universale allo stesso tempo, a tratti davvero toccante, pure parecchio impietoso verso sé stesso. Il tono del racconto è lucido, razionale, a ciglio asciutto, a suo modo oggettivo, quasi da indagine su un mistero tragico; e naturalmente non mancano ironie e sarcasmi sulla religione cattolica, sulle “fiamme dell’inferno” temute dalla madre credente, sul “limbo” e sul “purgatorio”, insomma su un’idea terribilista e ammonitoria della presenza di Dio.
Ma, strada facendo, dall’intreccio delle testimonianze e dall’assommarsi degli indizi emerge il vero cuore del film, che corrisponde, mi pare, a un’esigenza intima, anche morale del regista: fare i conti, “da anziano non ancora decrepito”, col suicidio del fratello gemello Camillo, avvenuto il 26 dicembre del 1968. Un anno a suo modo cruciale, altamente simbolico. Fu un gesto clamoroso, inatteso, imprevedibile, nonostante i frammenti di memoria legati a un breve biglietto d’addio poi distrutto da uno dei fratelli Bellocchio (perché?).
Nell’incipit, che riporta al 16 dicembre 2016, assistiamo a un affollato pranzo di famiglia avvenuto a Piacenza, organizzato dallo stesso regista. “C’era la preoccupazione che fosse l’ultima occasione di stare insieme da vivi, data la tarda età di noi fratelli e sorelle superstiti. Ma in realtà lo scopo era un altro…” sospira Bellocchio, anche voce narrante; e da lì, scandita dalle musiche di Ezio Bosso, si dipana questa sorta di indagine, come fosse un “cold case” archiviato ma non sepolto, in un clima che intreccia disagio esistenziale, rimembranza affettuosa, impotenza fraterna, senso di colpa.
Bellocchio, un po’ giornalista e un po’ investigatore, oltre che delicata parte in causa, intervista i fratelli Piergiorgio e Alberto, le sorelle Letizia e Maria Luisa, e ne esce il ritratto di una famiglia eccentrica e irrisolta allo stesso tempo. Il rischio era di celebrarla, seppure in una chiave di meditazione dolente che tocca nervi ancora scoperti; ma colpisce invece il tono anche ilare degli interventi e dei ricordi, le contraddizioni nell’individuare le ragioni di quel gesto: perché il suicidio, anche quando viene spiegato, rimane sempre inspiegabile.
Camillo, insegnante dell’Isef, giovane e bellissimo, un po’ “vitellone” e assai disimpegnato, forse invidioso nei confronti dei due fratelli arrivati al successo nei rispettivi campi, s’impiccò subito dopo Natale 1968, a soli ventinove anni, pare ossessionato dal suicidio di Luigi Tenco. Perché lo fece? Nessuno, in famiglia, l’ha capito, ma appare subito chiaro che Marco, regista già famoso per “I pugni in tasca” e “La Cina è vicina”, non prestò granché attenzione a una richiesta di aiuto giunta per lettera. Camillo voleva confusamente provare a far qualcosa nel mondo del cinema, Marco gli sparò “quattro cazzate antiborghesi sul Sessantotto” e gli parlò di “attivismo rivoluzionario” (parole sue). La risposta del “vitellone” fu lapidaria: “Marx può aspettare”. Una battuta forse istintiva, eppure così sofisticata, allegorica, profonda, a suo modo profetica, anche nel cogliere anzitempo i cascami di un’ideologia forsennata, pure funesta, ormai cancellata, direi, dagli orizzonti di Bellocchio: uomo e cineasta.
Quattordici anni dopo quel suicidio, in una scena di “Gli occhi, la bocca”, Lou Castel avrebbe pronunciato la medesima frase, appunto “Marx può aspettare”: e la citazione sembra suggerire come in fondo la morte di Camillo, lì per lì forse rimossa a causa di una certa frenesia artistico-ideologica, abbia continuato a lavorare sotto pelle, a sedimentarsi nei pensieri e nei rimpianti.
A un certo punto appare anche lo scomparso padre Virgilio Fantuzzi, critico eterodosso della “Civiltà cattolica”, a suo modo un gesuita perfetto, il quale, con ironia ben temperata, scherzando ma non troppo, descrive l’ateo Bellocchio come un “penitente” da assolvere, quasi che la confessione dei peccati fosse tutta racchiusa nel corpo dei suoi film.
Occhio all’ultima inquadratura, in fondo l’unica di finzione, che porta lo sguardo dello spettatore nella cittadina di Bobbio, sotto un cielo livido: lì dove anche per Marco Bellocchio tutto cominciò.
(Nella foto: Camillo e Marco Bellocchio in una foto degli anni Sessanta)

Michele Anselmi