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Michelangelo straccione e furente, quasi murato vivo nel marmo

L’angolo di Michele Anselmi 

Qual è “Il peccato” di Michelangelo evocato dal titolo? Probabilmente la superbia; e subito accanto l’avarizia. Il supremo scultore aretino, vissuto tra il 1475 e il 1564, si credeva il migliore, e in buona misura lo era, non a caso apostrofava come “rancidi” artisti come Raffaello, Leonardo e il Perugino; fu anche ricchissimo, pare sia morto tenendo sotto il letto 36mila ducati d’oro, e tuttavia condusse un’esistenza modesta, ai limiti della miseria, poco lavandosi, indossando abiti rattoppati, scarpe consunte.
“Vivo al peccato, a me morendo vivo” recita l’incipit di una delle sue “Rime”, e nel film sentiamo dire: “Non esiste un peccato che io non abbia commesso”. Si capisce, quindi, perché il regista russo Andrej Končalovskij, 82 anni splendidamente portati, abbia voluto realizzare qui in Italia, alla sua maniera matta e titanica, questo ritratto atipico di Michelangelo Buonarroti. Ci sono voluti molti soldi e ben 14 settimane di riprese per girare “Il peccato. Il furore di Michelangelo”, che, dopo l’anteprima alla Festa di Roma, esce giovedì 28 novembre targato 01-Raicinema e Jean Vigo Italia, benché la maggior parte dei soldi venga dal mecenate russo Alisher Umanov, il cui nome si staglia subito sotto quello del regista.
Il primo consiglio da dare è questo: dimenticare tutti i Michelangelo visti sin qui sul grande e piccolo schermo, a partire da Charlton Heston per arrivare al recente Enrico Lo Verso, passando per Rutger Hauer, Stephen Noonan, Mark Frankel, Gianmaria Volonté e diversi altri. Il regista di filmcome “Siberiade” e “A 30 secondi dalla fine”, ispirandosi a un noto quadro di Daniele da Volterra, ha scovato un attore sconosciuto ai più, Alberto Testone, per farne un Buonarroti dal viso irregolare e allucinato, col nasone aquilino, la barba divisa in due, le orecchie a sventola, i capelli rabbiosi, quasi un monaco pazzo (una specie di Rasputin) che nella prima e nell’ultima sequenza cammina per un luminoso viottolo di campagna portando tra le mani un modellino raffigurante la Facciata di San Lorenzo a Firenze. “Volevo trovare Dio, ho trovato soltanto l’uomo” confessa, dolendosi che la bellezza delle sue opere sia appannaggio solo di “puttanieri, tiranni e assassini”.
Končalovskij applica un punto di vista interessante alla sua storia, che si concentra tra il 1516 e il 1518, così mi pare di aver capito. Michelangelo non è mai raffigurato mentre scolpisce, insomma nel fervore febbricitante della creazione, sarebbe banale e di solito non funziona al cinema; il film preferisce ritrarlo, in una chiave tra ambiguo e sincero, avido e generoso, furbo e visionario, mentre ritaglia quell’enorme “mostro” di marmo con l’aiuto degli amatissimi cavatori di Carrara. Una sorta di monolite ante-litteram, una materia bianca e pura che sembra essere già arte in sé, perché custodisce le forme di un futuro capolavoro (sapremo quale nell’ultima scena).
Ci sono Raffaello, Jacopo Sansovino, Giuliano da Sangallo, i papi Giulio II Della Rovere e Leone X de’ Medici, nobili e cenciosi, prelati e puttane, parenti e fetenti, tavole imbandite e corpi putrescenti; il tutto in una prospettiva torva e realistica, come se il regista volesse farci assaggiare anche i fetori insopportabili di un Rinascimento spesso edulcorato al cinema. A un certo appare, come una presenza amica e fantasticata, perfino Dante Alighieri, e noi sappiamo quanto Michelangelo, che conosceva “Inferno” a memoria, fosse personalmente turbato dai versi della “Divina Commedia”.
Poi, certo, il film non è una passeggiata. Perché è rapsodico, divagante, un po’ scucito, fitto di riferimenti storici non sempre facili da decifrare, allusivo nel suggerire certe sfide artistiche (c’è anche una “Dama con l’ermellino” in carne e ossa), ossessivo nel descrivere la fatica dei “cavatori” dal dialetto stretto e dalle fiere facce proletarie. Concorrono alla riuscita estetica dell’opera la fotografia di Aleksander Simonov, i costumi di Dimitri Andreev e le scenografie di Maurizio Sabatini. Quanto agli interpreti, Testone è un Michelangelo quasi “in trance”, dichiaratamente omosessuale, mercuriale, mosso da un rovello interiore che confina con la follia, dedito a cogliere dettagli fisici che torneranno poi utili; il resto del cast, da Orso Maria Guerrini a Massimo De Francovich, da Federico Vanni a Simone Toffanin, si intona al registro estetico/visivo: anarchico e rigoroso allo stesso tempo.
PS. Insieme al film esce un bel volume, non solo fotografico, a cura di Giulia Martinez, intitolato “Il peccato di Michelangelo. Dietro le quinte del film di Andrei Konchalovsky sul genio del Rinascimento”, Edizione Sabinae (25 euro).

Michele Anselmi

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