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Miss Marx pre-punk infelice nella Londra fine Ottocento. Una donna a pezzi anche nel film Scorsese

Miss Marx, pre-punk infelice
Una donna a pezzi anche
nel film voluto da Scorsese

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 5

Tre anni fa Susanna Nicchiarelli portò qui al Lido, a “Orizzonti”, il suo “Nico, 1988”, e se ne tornò a casa con un premio importante. Chissà come andrà con “Miss Marx”, stavolta inserito nel più rischioso concorso. Se lì la regista romana, classe 1975, rievocava gli ultimi anni di vita della cantante e modella tedesca Christa Päffgen, in arte Nico, qui il racconto riguarda un’altra donna di carattere, realmente esistita: Eleanor Marx, detta “Tussy”, sestogenita e quarta figlia del filosofo di Treviri. Scelta curiosa per una regista italiana, anche perché il film a suo modo rappresenta una scommessa: in costumi ottocenteschi, girato in inglese, senza attori di richiamo.
Nicchiarelli deve aver visto in quell’irrequieta figlia di Marx, la più politicamente impegnata, il ritratto di una dolorosa contraddizione femminile. “Tussy” si uccise con un mix di cloroformio e acido prussico il 31 marzo del 1898, a soli 43 anni, e quel gesto estremo fotografa una condizione umana desolata, pure lo spegnersi di un’illusione. E pensare che da ragazza il motto preferito della signorina Marx era “Go Ahead”, sempre avanti.
Sullo schermo è l’attrice inglese Romola Garai a incarnare la giovane donna, una sorta di eroina romantica ma fuori da certi schemi vittoriani. Si parte dal 1883, nel giorno in cui “Tussy” ricorda al cimitero di Londra il padre appena scomparso, di fronte a una piccola folla di amici e compagni, e si arriva appunto, intrecciando tormenti personali e fatti storici, a quel cruciale inverno del 1898. Lo stile è quieto, severo, la narrazione procede per dialoghi pensosi e quadri fissi, tutti fumano l’oppio eccetto lei, ogni tanto irrompono fotografie d’epoca.
La ricostruzione d’ambiente è continuamente “terremotata” da musiche per contrasto, in chiave punk-rock, a partire dai colorati titoli di testa un po’ “swingin’ London”. La prospettiva pare chiara: “Tussy” come una combattiva proto-femminista ingabbiata in una cultura maschilista dura a morire. Teorizza infatti, in sottofinale: “Come i lavoratori sono vittime della tirannia degli inoperosi, così le donne sono vittime della tirannia degli uomini”.
Nel suo caso, a tiranneggiarla fu il compagno Edward Aveling, interpretato da Patrick Kennedy: biologo “darwinista”, ateo e socialista, drammaturgo e gran spendaccione. Soprattutto, secondo il film, un uomo mollaccione ed egoista dedito a tradire “Tussy” nei modi più plateali. In realtà il rapporto tra i due, almeno sul piano dell’iniziativa all’interno del movimento socialista, fu concreto, benché contraddittorio, tra scissioni e rifondazioni varie; ma il film molto sorvola su quel versante, preferendo concentrarsi sulle dinamiche sentimentali, soprattutto sul senso di isolamento familiare patito dalla remissiva “Tussy”. Assai ascoltata nelle sue perorazioni contro il lavoro minorile e in favore del suffragio universale; tradita e umiliata in famiglia da quel quasi-marito sempre in fuga.
Nel film, elegante, a tratti ironico, un po’ inanimato e inamidato, si direbbe troppo meditato per toccare reali corde emotive, passeggiano i barbuti Karl Marx, Friedrich Engels e il “comunardo” stanco Paul Lafargue, viene evocata Mary Shelley, si colgono echi di Flaubert e Ibsen (“Tussy” tradusse in inglese “Madame Bovary”), occhieggiano le illustrazioni di Aubrey Beardsley, si respira qualcosa della Jo di “Piccole donne” e scatta l’omaggio a “Maria Antonietta” di Sofia Coppola.
Di sicuro, non deve essere stato facile per “Tussy” vivere all’ombra di quel cognome ingombrante, finendo un po’ per morirne. Nelle sale dal 17 settembre con Rai Cinema.
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Un’altra donna a pezzi, ma con un epilogo di speranza, viene dal secondo film in concorso nella giornata. Non a caso il titolo recita “Pieces of a Woman”, diciamo pezzi di una donna, e il copione porta la firma di Kata Wéber, moglie del regista magiaro Kornél Mandruczó, sempre di casa a Cannes. Una dolorosa esperienza personale vissuta dalla coppia, così leggo, viene riversata nella storia di Martha Weiss e Sean Carson, in una Boston grigia, fredda e piovosa. Lei, bella, elegante e incinta di nove mesi, viene da una ricca famiglia ebrea, lui è un rude capocantiere di origine ungherese che costruisce ponti, ma le differenze di classe non paiono pesare.
Decisa testardamente a partorire in casa, Martha è raggiunta nel gran giorno da un’ostetrica che sembra brava ed esperta, ma qualcosa va storto nel lungo travaglio ricostruito dal film a distanza ravvicinata, con un realismo impressionante (qualcuno è uscito dalla sala): mezz’ora di sofferenze, spinte, urla, conati, tensioni, vaniloqui, fino alla tragica conclusione in qualche modo annusata dallo spettatore.
Titoli di testa. Subito dopo la fotografia di una devastazione coniugale. Martha, come inebetita e schiantata, si nega a ogni tenerezza sessuale; Sean, esasperato, la tradisce con l’avvocata di famiglia chiamata a intentare la causa pensale contro l’ostetrica forse innocente; la madre ricca, con una storia tragica alle spalle, pensa solo ad allontanare l’operaio dalla figlia a colpi di assegni. E intanto passa un anno: nel disamore che fa marcire tutto, piante e sentimenti. Ma alcuni semini di mela…
C’è Martin Scorsese, come produttore esecutivo, dietro “Pieces of a Woman”; e di sicuro si deve a lui la scelta di Ellen Burstyn, che fu la formidabile moglie ribelle protagonista di “Alice non abita più qui” (1974), nel ruolo della vecchia madre invadente ma non irragionevole.
“Una perdita sfugge alla nostra comprensione o al nostro controllo, ma porta con sé la capacità di rinascere” scrive il regista. Purtroppo il film, in bilico tra psicodramma cupo e affondi sgradevoli, appare a tratti un po’ squilibrato nelle sue parti, e non si spiega l’uso della musica tonante di Howard Shore spalmata su tutto. Tuttavia lo sguardo sullo strazio di Martha è toccante, anche nelle conclusioni processuali, e certo Mandruczó ha trovato nella 32enne inglese Vanessa Kirby, che fu la principessa Margaret nelle prime due serie di “The Crown”, un’interprete capace di consegnarsi anima e corpo a quel ruolo. Qualcuno stenterà invece a riconoscere Shia LaBeouf, barbona, felpe e giacconi a scacchi, nei panni di Sean: in fondo il vero perdente di tutta la faccenda, il maschio “estraneo” a quel mondo, per ragioni di classe, sin dall’inizio.
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Alla fine c’è voluto un piccolo film francese di 78 minuti, messo tra i fuori concorso, per allietare la giornata tendente al mesto. “Mandibules”, cioè mandibole, è una cine-bizzarria, tra fantastica e demenziale, che Quentin Dupieux ha girato forse pensando un po’ a “Scemo & più scemo”. Il tutto parte loffio e incolore, ma poi si lascia prendere dall’insensata storiella che il regista, di solito incline a trattare temi mortiferi, presenta come “una commedia sincera e genuina sull’amicizia”, s’intende maschile.
Jean-Gab e Manu, due amici sempliciotti e squattrinati, devono consegnare, tenendola nel bagagliaio, una valigetta misteriosa in cambio di 500 euro. Ma Jean-Gab non ha un’auto, ruba una scalcinata Mercedes e trova nel bagagliaio una mosca gigantesca. Viva, lunga almeno un metro. Una mostruosità, ma i due non fanno neanche un plissé: l’idea è di istruirla per trasformarla in una specie di drone utile a rapinare una banca.
Visto l’assunto folle, non sorprende che i due stupidotti si ritrovino coinvolti in disavventure maldestre; il tutto culmina nell’arrivo in una villa con piscina nella quale passano le vacanze tre belle ragazze e un giovanotto.
Scherzando, potremmo ribattezzare Jean-Gab e Manu “i signori della mosca”, per l’affetto col quale difendono il dittero gigante dagli sguardi dei curiosi. L’ambizione è di far sorridere e basta, sommando situazioni buffe e surreali, senza omaggi cinefili a “La mosca” di Cronenberg, usando trucchi visivi a basso costo, affinché tutto suoni strampalato, assurdo, a suo modo tenero. Tra gli interpreti compare, nel ruolo più spassoso della comitiva, quell’Adèle Exharchopoulos che si fece notare per la sua prova sessualmente piuttosto audace in “Storia di Adele”, era il 2013.

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