L’angolo di Michele Anselmi 

Sul manifesto la mitologica sirena Parthenope, col th, s’inabissa nei flutti napoletani a un passo da Castel Dell’Ovo, allo stesso tempo volando sulle ali della neonata Piperfilm, sì come il piccolo aereo da turismo, che distribuisce nelle sale. Io, confesso, non so bene che cosa pensare del decimo lungometraggio di Paolo Sorrentino, 54 anni, partenopeo doc, che da stasera a mezzanotte verrà somministrato come evento speciale in alcune città italiane, in vista dell’uscita regolare fissata per il 24 ottobre.
“Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto” ricorda in esergo, prima che tutto cominci, una frase di Céline, assai frequentato dal regista napoletano al pari dello scrittore John Cheever, che addirittura si materializza in “Parthenope” con le fattezze indolenti e dandy, dichiaratamente omosessuali, di Gary Oldman.
“L’idea nasce dalla necessità di parlare di un tema che mi sta molto a cuore, ovvero il nostro rapporto con il tempo, come scorre e come ci cambia. Sin dall’inizio il personaggio principale è sempre stata una donna” dichiarò Sorrentino lo scorso maggio, quando il film fu presentato in concorso a Cannes, senza lasciare traccia nel palmarès. Adesso arriva il confronto col pubblico vero, pagante, e sono curioso di vedere se toccherà il cuore/la mente degli spettatori questa fastosa fantasia su Napoli: la sua natura indocile e inafferrabile, le insidie dei sentimenti, la forza ineludibile della bellezza muliebre, l’illusione della spensieratezza legata agli amori giovanili, l’amalgama di vittimismo e strafottenza.
Artificioso e suggestivo: questi due aggettivi mi vengono in mente mentre riguardo gli appunti scritti al buio. Soprattutto le frasi a effetto, spesso dal tono tra aforistico e sentenzioso, pronunciate dai personaggi. Ecco un florilegio, per dare l’idea.
• “Sono troppo giovane per acchiappare tutte le sfumature”.
• “Lo vedi il futuro laggiù, Sandrì, è più grande di me e di te”.
• “Siamo stati bellissimi e infelici”
• “All’università si viene già pisciati e cacati”.
• “Io non so niente, ma mi piace tutto”.
• “Voi giovani volete le risposte ma non sapete fare le domande”.
• “La vita è proprio insopportabile”.
• “Lei può prendersi tutto… senza chiedere niente”.
• “Per insegnare basta essere avanti di una sola lezione rispetto agli studenti” (presa da Billy Wilder).
• “Quando sai tutto, muori presto e solo”.
• “L’antropologia è vedere. Quando si comincia a vedere? Quando viene meno tutto il resto”.
• “L’amore non è gestibile: da Gesù ai cantanti provano tutti a dirci come venirne a capo”.
• “E comunque Dio non ama il mare”.
• “Sono triste e frivola, determinata e svogliata, come Napoli”.
• “Alla fine della vita resta solo l’ironia”.
Può bastare? Direi di sì. I personaggi di Sorrentino, non da ora, parlano così, e talvolta l’ironia evocata resta sulla carta, anche se certo il regista di “La grande bellezza” sa intrecciare con cura la maestosità mozzafiato dei paesaggi e la truce grevità delle persone.
A suo modo “Parthenope” è un affresco storico e sentimentale, che si srotola tra il 1950 e il 2023: la data di nascita della protagonista eponima e la data del suo pensionamento a 73 anni (un po’ tanti). Dentro c’è di tutto: le ville esclusive di Posillipo con discesa al mare, l’arroganza sagace dell’armatore Achille Lauro, detto “Comandante”, il Sessantotto, il colera, la carriera universitaria, le tragedie familiari e un sospetto di incesto, l’indolenza della buona borghesia napoletana, le vacanze a Capri, naturalmente un certo spirito ereditato da “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, un vescovo seduttore dalle dita abili, il sangue di San Gennaro che esista a sciogliersi, la Grande Fusione tra famiglie camorristiche (in senso letterale, carnale, come se fosse uno spettacolino porno/rituale), pure lo scudetto vinto dal Napoli.
A un certo punto appare anche una specie di Sophia Loren, qui ribattezza Greta Cool, una diva napoletana ormai in disarmo alla quale non dispiace il sesso anale (l’insistenza sul tema è del regista): Luisa Ranieri, assai somigliante, ne fa la protagonista di un’intemerata contro i napoletani che si conclude, a causa di una colluttazione, con la gonfia parrucca che cade in terra. Parecchi critici hanno considerato la scena un’imperdonabile caduta di gusto, ma mi pare un peccato veniale, perché tutto il film è attraversato da sottolineature grottesche, in bilico, nelle intenzioni, tra accenti sublimi e ritratti desolanti, tra poesia e kitsch, tra sfarzo e miseria, tra amore e sesso (anzi “fessa”).
A differenze del precedente “È stata la mano di Dio”, dove lo sguardo autobiografico si faceva finalmente racconto denso e lineare, “Parthenope” procede per sequenze elaborate, barocche, anche di intensa bellezza e sorprendente invenzione, ma dentro uno stile auto-riferito, con tanto di ralenti, come se ogni immagine dovesse essere “firmata” per risultare ancora più sorrentiniana.
Certo il regista ha visto giusto nel pigliare la ventiseienne attrice milanese Celeste Dalla Porta per farle incarnare Parthenope, l’eroina della sua storia: di una venustà moderna, agile e innocente, anche quando combinata alla malizia, così elegante e allusiva, capace di tener testa agli uomini che vorrebbero possederla. In fondo un mistero napoletano. È Stefania Sandrelli a prendere il suo posto nell’incipit e nell’epilogo, e un po’ bisogna crederci; mentre, tra i tato interpreti coinvolti, s’impongono Silvio Orlando, Isabella Ferrari e Peppe Lanzetta (rispettivamente il disincantato professor Marotta, l’insegnante di recitazione Flora Malva, il seduttivo vescovo Tesorone), oltre ai già citati Oldman e Ranieri.
La fotografia di Daria D’Antonio e i costumi di Carlo Poggioli arricchiscono la sontuosa confezione, e forse non è un caso che nella compagine produttiva ci sia anche la Saint Laurent Productions. Musiche e canzoni a pioggia, secondo l’uso caro a Sorrentino, e magari qualcuno si commuoverà riascoltando “Era già tutto previsto” di Riccardo Cocciante, ben due volte, forse suonata ex-novo per l’occasione. Il tutto dura due ore e sedici minuti.

Michele Anselmi