La Mostra di Michele Anselmi | 5
Come Luca Guadagnino, anche Andrea Pallaoro ha girato un film tutto americano: intendo lingua, ambientazione, interpreti. Si chiama “Monica”, è in concorso e conferma il talento del regista trentino, sia pure naturalizzato americano. È il ritratto di una donna non proprio convenzionale, e molto ruota attorno a una sensazione che si fa strada nello spettatore, per suggerimenti, allusioni, dettagli. Monica è bella, vistosa, appariscente, una femmina esagerata, si tocca sempre la chioma con venature scarlatte, balla in forme scatenate e guida una vecchia decappottabile rossa.
Come vive a Los Angeles? Pratica massaggi vari e subito si capisce subito che la sua esistenza ruota attorno al sesso. Quando il fratello la informa che mamma Eugenia sta morendo di cancro, Monica accetta controvoglia di mettersi in macchina per rivedere dopo anni il paesello natio, così distante. Non ha un buon rapporto con quel passato, sapremo più tardi perché. “Quando glielo dirai?” le chiede il fratello, sposato e con tre figli. Monica risponde: “Non lo so”.
Il film, si direbbe girato in digitale, con camera a mano, senza timore di vuoti e tempi morti, rigoroso nell’usare solo musica diegetica, sta sempre addosso al volto e al corpo della protagonista: lì sta il dilemma, lì sta la riflessione su quella che Pallaoro chiama “la natura precaria dell’identità”.
Trace Lysette, attrice e militante transgender, sembra mettere qualcosa di sé in questa storia firmata dal regista insieme a Orlando Tirado; all’apparenza divagante e poco “scritta”, ma in realtà molto meditata nello sviluppo tra psicologico ed emotivo. La madre stenta a riconoscerla, o forse non vuole riconoscerla; e intanto Monica, pure tra spasmi e delusioni, si dispone a far pace con la sua famiglia, accudendo la malata (è la ritrovata Patricia Clarkson), mutando via via la propria immagine di donna “dressed to kill”. Una sforbiciata alla prima parte avrebbe giovato, ma nella seconda tutto si precisa e trova una sua compiutezza drammaturgica. Uscirà in Italia con I Wonder Pictures.
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Certamente più coinvolgente, per il tema e l’andamento, “Argentina, 1985”, del quarantenne Santiago Mitre, sempre in gara. Qui applausi ripetuti dei critici durante la proiezione, con una specie di ovazione finale. La data va spiegata: il 1985 fu l’anno nel quale si svolse a Buenos Aires un processo-simbolo, a lungo atteso dagli argentini. Dopo una faticosa istruttoria durata cinque mesi, il baffuto pubblico ministero Julio Strassera e il suo giovane vice Luis Moreno Ocampo riuscirono a portare sul banco degli imputati, sottraendoli all’impresentabile giustizia militare, nove generali, tra i quali l’ex presidente Videla.
Orribili i crimini commessi, durante la dittatura fascista conclusasi nel 1983, dai militari, su indicazione dei comandi: torture sistematiche, migliaia di “desaparecidos”, bambini sottratti e venduti, un clima feroce di repressione e mortificazione.
Strassera teme che quel processo sia una trappola politica, e intanto si moltiplicano le minacce alla sua famiglia, non solo telefoniche. Ma la piccola équipe di giovani collaboratori nel frattempo è riuscita a mettere insieme 709 casi, 800 testimonianze, 400 faldoni. “Non riconosco la legittima di questa Corte” sibilano all’unisono i generali felloni; il Paese invece esige che si faccia luce sull’abominio, sotto la spinta del presidente Alfonsín.
Con equilibrio, Mitre inserisce qua e là toni da commedia, di alleggerimento, nella rievocazione dolorosa degli eventi, lasciando alle vittime sopravvissute il compito di raccontare, sulla propria pelle, la posta in gioco. “Nunca más”, ovvero “mai più”: così Strassera chiuse l’arringa prima del verdetto (solo due furono gli ergastoli).
Ricardo Darín e Peter Lanzani incarnano i due pubblici ministeri, ma tutto il cast è ben scelto, intonato alla ricostruzione d’ambiente. Produce Amazon, si spera che qualcuno lo compri per farlo uscire anche al cinema.
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L’anno scorso era qui in concorso con “Il collezionista di carte”, ora è tornato per ricevere il Leone d’oro alla carriera e presentare, fuori competizione, il nuovo “Master Gardener”. A 76 anni Paul Schrader sembra vivere in una bolla di libertà creativa, Hollywood lo snobba, ma lui riesce comunque a trovare i soldi per le sue storie sempre in bilico tra espiazione, senso di colpa e redenzione.
Qui c’è di mezzo un meticoloso orticultore ingaggiato da una ricca vedova giù in Louisiana, la signora Haverhill, per abbellire la dimora storica Greenwood Gardens. “Il giardiniere estirpa le malepiante” teorizza Narvel Roth, ma subito aggiunge: “Il giardinaggio significa anche credere nel futuro”.
Capelli lisciati sulla testa e fisico muscoloso, il laconico uomo preferisce compilare un diario nel quale custodisce un segreto, e non consiste solo nel soddisfare sessualmente l’aristocratica. Minacciosi tatuaggi riempiono torso e schiena, a riprova di ciò che fu prima di finire a occuparsi di quel paradiso di piante e fiori. L’arrivo nella tenuta della scapestrata pronipote dell’insopportabile padrona, la mezzosangue Maya, tossica e spacciatrice, movimenterà sin troppo l’esistenza spartana dell’uomo, esponendolo di nuovo ai rischi del caos. Del resto, come sentiamo dire dall’interessato, “i semi dell’amore germogliano all’improvviso, come i semi dell’odio”.
Introdotto da floreali titoli di testa e ingentilito da un sogno romantico, “Master Gardener” non ha la cupa compattezza di altri film di Schrader, ma almeno sfodera un lieto fine, il che non guasta. Joel Edgerton, Sigourney Weaver e Quintessa Swindell sono rispettivamente il giardiniere, la padrona e la ragazza: tutti bravi e in parte. E per una volta la molto presente colonna sonora, quasi a suggerire un che di tensione costante, non disturba. Lo vedremo in sala con Movies Inspired e mi auguro che vada meglio del precedente.
Michele Anselmi