L’angolo di Michele Anselmi

Era in concorso alla Mostra di Venezia 2022, pigiato nella cinquina italiana, e ricordo che divise i critici: o molto annoiò o molto piacque. A me piacque. Adesso “Monica” esce il 1° dicembre nelle sale italiane, non tante, targato Arthouse e I Wonder Pictures, e intanto stasera, lunedì 28 novembre, ore 21.15, ci sarà un’anteprima al romano cinema Farnese alla presenza del regista Andrea Pallaoro, classe 1982, trentino ma da anni trasferitosi negli Stati Uniti.
Del resto tutto è americano in “Monica”: intendo lingua, ambientazione, interpreti. Diciamo che è il ritratto di una donna non proprio convenzionale, e molto ruota attorno a una sensazione che si fa strada nello spettatore, per suggerimenti, allusioni, dettagli. Monica è bella, vistosa, appariscente, una femmina “esagerata” direbbero a Napoli, si tocca sempre la chioma con venature scarlatte, balla in forme scatenate guardandosi allo specchio e guida una vecchia decappottabile rossa.
Come vive a Los Angeles? Pratica massaggi di vario tipo e subito si capisce che la sua esistenza ruota attorno al sesso. Quando il fratello la informa che mamma Eugenia sta morendo di cancro, Monica accetta controvoglia di mettersi in macchina per rivedere dopo anni il paesello natio, così distante dal Pacifico. Non ha un buon rapporto con quel passato, sapremo più tardi perché. “Quando glielo dirai?” le chiede il fratello, sposato e con tre figli, appena la rivede. Monica risponde: “Non lo so”.
Il film, si direbbe girato in digitale, formato 4:3, cioè quasi quadrato, con camera a mano, senza timore di vuoti e tempi morti, rigoroso nell’usare solo musica diegetica, sta sempre addosso al volto e al corpo della protagonista, spiandone ogni gesto; lì sta il dilemma, lì sta la riflessione su quella che Pallaoro chiama “la natura precaria dell’identità”.
Trace Lysette, attrice e militante transgender, sembra mettere qualcosa di sé in questa storia pensata dal regista insieme a Orlando Tirado; all’apparenza divagante e poco “scritta”, ma in realtà molto meditata nello sviluppo tra psicologico ed emotivo, tra ossessione del corpo e riscoperta delle radici.
La madre stenta a riconoscerla, o forse non vuole riconoscerla; e intanto Monica, pure tra spasmi e delusioni, si dispone a far pace con la sua famiglia, accudendo la malata (è la ritrovata Patricia Clarkson), mutando via via la propria immagine di donna “dressed to kill”. Durando 113 minuti, una sforbiciata alla prima parte forse avrebbe giovato, ma nella seconda tutto si precisa e trova una sua compiutezza drammaturgica, a suo modo toccante. Poi certo: bisogna essere parecchio motivati, senza pregiudizi estetici.

Michele Anselmi