L’angolo di Michele Anselmi
Mi chiedo: che fine hanno fatto i fischi, i “buuu”, gli sghignazzi, insomma quella specie di goliardica stupidera che fino a qualche anno fa punteggiava le proiezioni stampa qui alla Mostra, soprattutto dei film italiani ma non solo. Diventò un fenomeno preoccupante sul piano promozionale, per registi e produttori, al punto che si provò a controbilanciarne gli effetti negativi inviando gruppi di amici, una sorta di “claque” aziendale, alle medesime proiezioni, in modo da non far scrivere all’Ansa quei temuti dispicci del tipo «Fischi dei critici sin dall’anteprima del mattino eccetera».
Pur criticabile per vari motivi, la pratica esprimeva rumorosamente una vitalità che sembra scomparsa in questi ultimi anni, diciamo dopo il Covid. Certo, qualche cinefilo imbecille fischia il marchio di Netflix al suo apparire anche se la società americana poi coproduce il toccante film coreano “Possible Love”, una storia sulla dura vita degli operai rimasti disoccupati e senza futuro; ma in generale i festivalieri sono diventati pazienti, rispettosi, inclini semmai all’applauso facile, in fondo un po’ anestetizzati o annoiati.
Ricordo, solo per fare un esempio, il crescendo di sonore ironie che accolse in sala “Quando la notte” di Cristina Comencini, mi pare nel 2011, con Claudia Panfolfi e Filippo Timi, tanto che il produttore Riccardo Tozzi, uomo colto e di solito misurato, si lasciò poi andare a commenti esagerati, tirando in ballo perfino Goering e Lenin.
In particolare Tozzi polemizzò contro la decisione del festival di eliminare le proiezioni destinate esclusivamente ai critici. Insomma l’aver unito i giornalisti ad altre categorie, come l’industry e il pubblico accreditato, favorì a suo parere la presenza di un «gruppetto sparuto di esagitati» in grado di influenzare negativamente l’atmosfera in sala e boicottare le scene emotive più intense. Confesso: c’ero anch’io nel gruppo sparuto di esagitati e con me alcuni critici patentati della carta stampata.
Magari adesso i film italiani alla Mostra sono tutti capolavori, a partire dai cinque quest’anno in concorso (sto ironizzando senza fischiare), ma in generale penso che una sorta di cloroformio critico abbia finito col rendere meno vitale, diciamo più istituzionale ed educato, lo scorrimento della Mostra.
Ormai si registrano solo i dieci-quindici minuti di applausi in Sala Grande per i film che contano, specialmente quelli sui quali Rai Cinema ha puntato e investito (chi mai potrà cronometrarli davvero?), tutto dev’essere un trionfo, una conferma, uno strillo pubblicitario. Del resto si sa, come recita quella vecchia battuta che nessuno cita più: «I registi italiani non lavorano: capolavorano».
Michele Anselmi