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Muore Gigi Proietti, oggi avrebbe compiuto 80 anni. Non solo un “mattatore”

L’angolo di Michele Anselmi 

Come capita spesso con i “mattatori”, ciascuno conserva di Gigi Proietti, morto a 80 anni proprio nel giorno del suo compleanno, oggi 2 novembre, un personale “numero” preferito. Che so? La parodia vocale di Eduardo o Louis Armstrong, il tormentone infranciosato “Nun me rompe er ca’ “ sulle note di “Ne me quitte pas”, i fuochi artificiali verbali di “Febbre da cavallo”, gli occhi e le dita roteanti nel televisivo “Il circolo Pickwick”, la voce di Sylvester Stallone nel primo “Rocky” o di Dustin Hoffman in “Lenny”, la sua versione di “New York New York” usata da Luciano Odorisio per “Sciopèn”, “i salamini” o “Gastone” di Petrolini, il formidabile sketch dell’attore bollito che non sente bene il suggeritore rifacendo all’aperto “La signora delle camelie” in “Un’estate al mare” dei Vanzina; e potremmo andare avanti per non so quante righe.

“Mi sono liberato davvero quando ho smesso di tingermi i capelli” aveva detto qualche tempo in un’intervista a Silvia Fumarola di “la Repubblica”, e certo quell’ammissione, condita di aneddoti spiritosi sul colore che ogni tanto veniva fuori in sala trucco, era suonata saggia, come fosse l’accettazione di un’età anagrafica che non corrispondeva probabilmente all’età artistica.

Perché Proietti, il romanissimo Proietti capace di scrivere arguti sonetti “alla Belli” per “Il Messaggero” nei primi anni Duemila (ne conservo ancora tre tutti ingialliti, e uno di essi sembra quasi parlare profeticamente del Covid-19), aveva saputo convertire la nota esuberanza, mista all’eclettismo perfetto, in un recitare più denso, senile, sornione. L’avrete visto nei panni di “Mangiafuoco” nel recente “Pinocchio” di Matteo Garrone; e purtroppo uscirà postumo, vai a sapere quando, il film “Io sono Babbo Natale” di Edoardo Falcone, girato accanto a Marco Giallini, che lo vede proprio nei panni di un italianissimo Santa Claus, chissà se imbroglione o no.

Nella vita avrebbe dovuto fare l’avvocato, così voleva papà, ma lui raccontava: “I miei ci tenevano alla laurea, io studiavo, si fa per dire, Giurisprudenza, ma la sera mi esibivo”. Roba seria: i primi successi dell’attore romano arrivano in una cantina nel quartiere Prati nella quale recita Brecht, e poi con lo Stabile dell’Aquila diretto da Antonio Calenda, che lo guida in testi di Gombrowicz e di Moravia.

La grande occasione arriva nel 1970, quando sostituisce Domenico Modugno, accanto a Renato Rascel, nel musical “Alleluja brava gente” di Garinei e Giovannini. Nasce allora il Proietti brillante e versatile, comico e popolare, capace di spaziare dal cinema alla tv, prendendosi una vacanza con Carmelo Bene in “La cene delle beffe” di Sam Benelli, prima di inventare con Roberto Lerici, nel 1976, quel travolgente “one man show”, ripreso e aggiornato infinite volte, che gli darà il successo assoluto: “A me gli occhi, please”. In fondo era un nipotino del “trasformista” Leopoldo Fregoli, che interpretò anche in tv,

“Non ho rimpianti, rifarei tutto, anche quello che non è andato bene” amava dire nelle interviste”, e a chi gli chiedeva che cosa serve per fare l’attore così a lungo rispondeva con una battuta di Anna Proclemer: “La salute, è fondamentale, e poi deve funzionare la testa”.

Se la serie tv “Il maresciallo Rocca” gli garantì una rinnovata popolarità presso il grande pubblico a metà degli anni Novanta, dal 2002 fu la direzione del Globe Theatre, piantato nel parco di Villa Borghese, a ridargli la voglia di confrontarsi con il teatro classico, Shakespeare, e di valorizzare nuovi attori e attrici, un po’ come aveva fatto con la sua apprezzata scuola-laboratorio dalla quale erano usciti Flavio Insinna, Giorgio Tirabassi, Enrico Brignano, Chiara Noschese, Massimo Wertmüller e infiniti altri.

Col cinema ha sempre intrattenuto un rapporto strano, non risolto, forse rassegnato. E sì che ha partecipato a una cinquantina di film, lavorando con registi di valore: da Tinto Brass di “L’urlo” a Mario Monicelli di “Brancaleone alle crociate”, da Sergio Citti di “Casotto” a Luigi Magni di “Tosca”. E a non dire delle vacanze all’estero: con Sidney Lumet girò “La virtù sdraiata”, con “Robert Altman “Un matrimonio”, con Bertrand Tavernier “Eloise, la figlia di D’Artagnan”, dove cesella uno strepitoso cardinal Mazarino. Negli ultimi anni si divertiva a comparire nelle commedie dei fratelli Vanzina, fors’anche nel ricordo del padre Steno, che l’aveva voluto in “Febbre da cavallo”.

Proietti si professava di sinistra, sempre a Silvia Fumorola aveva detto tre settimane fa: “Chi è di sinistra resta di sinistra, anche se non sono mai d’accordo con quello che dicono”. Poco si sapeva della sua vita privata: nel 1967 aveva sposato un’ex guida svedese, Sagitta Alter, dalla quale aveva avuto due figlie: Susanna e Carlotta, anche loro attrici e cantanti.

Diceva di sé, sorridendo: “Mi diverto e mi pagano pure. Una pacchia”.

Michele Anselmi

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Circa vent’anni fa avevo messo da parte alcuni sonetti che aveva scritto per “Il Messaggero”, sotto la rubrica “Versacci”. Eccone uno del 27 settembre 2001, a rileggerlo suona quasi profetico. Si chiama “La guerra”: si riferiva al dopo 11 settembre ma sembra parlare del Covid.

Dio ce ne scampelibberi, fratello.
La guerra è cominciata! Stamo in lutto.
Nun s’da dda parlà d’artro che de quello.
Er momento davvero è proprio brutto!

‘N esercito d’Esperti ner tinello
de la tivvù ce dicono de tutto.
E pure er contrario! ‘Sto macello
te fa sentì bbagnato e mezzo asciutto.

“È rappresaglia!” “È guera!” “Nun è gnente!”
“Fidatevi de me, la verità
la so de ppiù de tutta l’artra ggente…”

A vorte sembra quasi che je piace,
che non sapranno più de che parlà
si, Dio volesse, schiopperà la Pace.

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