L’angolo di Michele Anselmi
Meglio così. Con l’aria che tira “Rapiniamo il duce” rischierebbe di fare flop in sala, mentre vedrete che andrà bene su una piattaforma digitale. Infatti il nuovo film di Renato De Maria, classe 1958, da Varese, va direttamente su Netflix il 26 ottobre dopo il passaggio odierno in anteprima alla 17ª Festa del cinema di Roma. Produce la Bibi di Angelo Barbagallo. Il duce in questione è naturalmente Mussolini, tornato in gran spolvero nella cine-produzione nazionale (purtroppo non solo lì). Penso a titoli come “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice, “L’ombra del giorno” di Giuseppe Piccioni, “C’era una volta il crimine” di Massimiliano Bruno, s’intende “Freaks Out” di Gabriele Mainetti.
De Maria reinventa la storia del mitico “oro di Dongo”, finito nel fiume Mera, per estrarne un’avventura a forti tinte, molto pop, all’insegna di un allegro sincretismo estetico. Per dire: si sentono alla radio le vere parole di Sandro Pertini che invita allo sciopero generale per dare l’ultima spallata alla Repubblica di Salò ma sui titoli di testa echeggia “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri e nei locali frequentati dai caporioni fascisti furoreggia “Amandoti” di Gianna Nannini.
Siamo nell’aprile del 1945 a Milano, la guerra è agli sgoccioli, la città è in macerie, tutti hanno fame o cercano armi. Situazione ottimale per un giovane ras della borsa nera, uno che si fa chiamare “Isola”, il quale fa affari con tutti, confidando su una notevole dose di cinismo, amoralità e faccia tosta. Apolitico e strafottente, l’uomo è alla testa di una piccola squadra di furfanti, si districa con furbizia tra partigiani e repubblichini, se non fosse che la sua fidanzata, la bella cantante Yvonne, va a letto anche col gerarca fascista Borsalino, pure bieco torturatore. Quando, intercettando una comunicazione in codice, “Isola” e i suoi scoprono che un favoloso tesoro sta per essere avviato verso la Svizzera, ecco che scatta il piano ingegnoso, forse suicida: entrare nell’inespugnabile “zona nera” per rubare quell’oro, più tutto il resto, prima che Mussolini lasci Milano.
Benché una scritta in esergo parli di “storia vera, quasi vera”, De Maria gioca coi generi cinematografici, ammiccando e cazzeggiando, anche per piacere a un pubblico più giovane. Come Tarantino, usa tavole a fumetti per riassumere certi antefatti, imprime un ritmo rapido alla storia, non lesina sparatorie ed effetti speciali. Il gioco citazionista è evidente a partire dai personaggi che affollano l’intrico: una ex diva di regime tradita dal marito gerarca, un anarchico ubriacone ma coraggioso, un tiratore scelto con benda sull’occhio, una tosta acrobata di colore, un pilota da corsa che sniffa e beve troppo…
Nel finale tutto precipita e qualcuno ci lascia la pelle, secondo copione, anche se avrei preferito una torsione più maliziosa e meno prevedibile, ma questo passa il convento, cioè la sceneggiatura firmata da De Maria con Federico Gnesini e Valentina Strada. Illuminati da Gianfilippo Corticelli, che fornisce una fotografia notturna e minacciosa, gli interpreti si adeguano al tono generale un po’ da “Audace colpo dei soliti ignoti”: Pietro Castellitto è l’imperturbabile “Isola” (in foto appare anche il padre Sergio), Matilda De Angelis la desiderabile Yvonne, Tommaso Ragno il cecchino dai lunghi capelli bianchi, Filippo Timi il sanguinario fascista, Isabella Ferrari l’umiliata Nora che cova vendetta, Maccio Capatonda il pilota vigliacchetto.
Michele Anselmi