“My Name is Loh Kiwan”, un’odissea di speranza e resilienza, dove la ricerca di libertà e di una vita dignitosa si scontrano con la dura realtà dell’immigrazione clandestina. Il film del regista Kim Hee-jin, prodotto da Netflix, è ispirato al romanzo coreano “I Met Loh Kiwan”, che ha riscosso un enorme successo al momento della sua pubblicazione, forse perché capace di riflettere la difficile situazione di molti richiedenti asilo in tutto il mondo.

Il film racconta la storia di Loh Kiwan e di sua madre, che combattono per sopravvivere come rifugiati clandestini in Cina, vivendo nell’ombra per evitare l’arresto e il conseguente rimpatrio nella città natale. Poco prima di una tragica morte, la donna esprime il suo ultimo desiderio per il figlio: fuggire il più lontano possibile in cerca di una vita migliore. Nonostante il dolore per la perdita della madre, Loh decide di intraprendere un pericoloso viaggio che lo porterà nel freddo inverno di Bruxelles, dove pochi soldi e un cuore pieno di speranza sembrano non bastare per la sopravvivenza.

La lotta per un’esistenza dignitosa è universale: persone di ogni età ed etnia, ogni giorno, sono disposte a rischiare la vita per raggiungere terre sconosciute, dove accettare di vivere un’esistenza di second’ordine risulta spesso essere un buon compromesso. In questi contesti, difficilmente verranno riconosciute, sia dalla nazione che li ospita sia dalla società che ne fa parte. Questo è ciò che il film ci mostra, talvolta attraverso esagerazioni che, sebbene non sempre necessarie, riescono a trasmettere l’idea a chi non ha mai vissuto tali esperienze.

“My Name is Loh Kiwan” sembra essere caratterizzato da una narrazione divisa in due atti. La prima parte è incentrata su temi come il dolore, la perdita, la solitudine e l’identità, mostrando le difficoltà del viaggio verso un paese straniero e la lotta per sopravvivere e farsi accettare in esso. Nella seconda parte del film, però, emerge un elemento di speranza: l’amore. Il protagonista infatti incontra Marie, una ragazza dalla vita difficile e piuttosto travagliata, ma capace di farlo sentire a casa, portando il pubblico ad immaginare un lieto fine per entrambi.

In termini tecnici, emerge chiaramente la qualità della fotografia, capace di trasportare lo spettatore nella triste realtà del protagonista. L’uso di neon e luci artificiali , insieme a colori freddi e riprese notturne, diventano un tratto distintivo del film. Particolarmente apprezzabile è il contrasto segnato dalla scena finale, dove un’ambientazione estiva, abiti colorati e un aumento della saturazione portano una ventata di positività e segnano cambiamento nel tono visivo ed emotivo della narrazione.
“Ho capito che alla fine ciò che volevo veramente non era il diritto di vivere in questo paese, ma il diritto di lasciarlo ogni volta che lo desideravo”. Questa frase, probabilmente una delle più profonde del film, rivela come il diritto di vivere in un paese senza possibilità di uscita possa trasformarsi nell’ennesima prigione. “My Name is Loh Kiwan” è un film drammatico, a tratti pesante, capace di mostrare una realtà che nessuno dovrebbe mai vivere, ma che tutti dovrebbero conoscere.

Francesca Ganzinelli