La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 22
Confesso: non sono riuscito ad applaudire al termine di “Naza”, l’atteso documentario israeliano inserito all’ultimo momento in concorso qui alla Mostra. E con me gli altri festivalieri, chiusi in un rispettoso e mesto silenzio dopo aver visto la dura inchiesta firmata dai filmmaker ebrei Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori dell’oscarizzato “No Other Land”. Ottanta minuti secchi che ricostruiscono, con dettagli impressionanti forniti da chi lo progettò e gestì, lo sterminio programmatico a Gaza di migliaia e migliaia di civili palestinesi.
“Naza” non è “La voce di Hind Rajab”, il film della tunisina Kaouther Ben Hania accusato l’anno scorso di manipolare un po’ i fatti, e non era affatto vero, ma a destra ci provarono, pure con motivazioni ignobili. Il film odierno mette in fila, l’una dopo l’altra, le confessioni di 24 tra militari e tecnici dell’Intelligence israeliana che, dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, congegnarono coscienziosamente quello che uno di essi definisce «un genocidio». Naturalmente voci e facce sono state alterate per non esporre i testimoni a possibili, anzi probabili, sanzioni disciplinari, perché “Nava”, comunque la si pensi in materia, è un formidabile atto d’accusa nei confronti di Benjamin Netanyahu, del suo governo, dei capi dell’esercito e delle indicazioni impartite all’aviazione e ai soldati sul campo.
Tanto più in queste ore, a poche settimane dalle elezioni politiche in Israele, per via delle recenti rivelazioni di “Haaretz”. Come forse sapete, il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti a fine settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un micidiale attacco contro Israele volto a destabilizzare la regione e compromettere gli Accordi di Abramo. Perché il premier, che smentisce, non fece nulla?
Naza, un acronimo del gergo militare israeliano, sta per «danni collaterali»: un triste eufemismo che non riesce a nascondere l’abominio legato a quel sistema di uccisioni di massa. Coprodotto da “The Guardian” in collaborazione con i partner d’inchiesta “+972 Magazine” e “Local Call”, il documentario si nutre di conversazioni segrete filmate sui tetti di Tel Aviv, sempre al buio, in modo che la telecamera possa riprendere anche gli interni delle case circostanti (mobili, arredi e letti, persone che guardano la tv, cucinano o sparecchiano), a suggerire un lucido confronto tra la vita più o meno normale e la vita sotto la continua minaccia di bombardamenti.
«Bisogna dire la verità, volevamo uccidere tutti, anche i bambini, cancellare Gaza» scandisce uno dei testimoni. Molto aiutò “Lavender”, un software di intelligenza artificiale impiegato da Idf per identificare e selezionare obiettivi militari nella Striscia. Grazie ad esso i servizi riuscirono a rintracciare migliaia di telefoni cellulari, a “entrare” in essi per ascoltare voci e discorsi dei civili palestinesi, infine a dare le coordinate precise all’aviazione per distruggere le loro case, sistematicamente. Una sera, sentiamo dire, venne dato il permesso di uccidere 500 persone innocenti per colpire un obiettivo, cioè un militante di Hamas di media grandezza.
«Alcuni corpi di bambini li hanno mangiato i cani, ho visto io stesso dalla telecamera di un drone» commenta un soldato; mentre un altro, ebreo di origini polacche, confessa: «Vedo ancora i nazisti come il Male assoluto. Ma che cosa sono io, allora?».
La strategia era tanto semplice quanto terrificante: distruggere più case possibile a Gaza, con chi c’era dentro, non importa se donne, vecchi e bambini, prima che venisse meno la legittimazione internazionale. Non bastava. Dopo le bombe dal cielo arrivarono i cecchini, liberi di sparare a chi correva a prendere il cibo, anche 20 vittime in un’ora. «Era divertente uccidere tutte quelle persone, i nostri ormoni erano al massimo» rievoca un ufficiale, come se parlasse di pupazzetti. E un altro: «Bruciavamo le case dopo averle tirate giù, perché non restasse nulla, nemmeno le fotografie. Abbiamo cancellato anche la storia di quelle persone, non solo le loro vite».
I testimoni spiegano cosa fecero in quei tardi mesi del 2023 ricorrendo a disegnini sulla carta, fornendo dettagli tecnici, solo di rado esprimendo parole di pentimento, del tipo: «Non potevo più essere parte di una guerra così». Che non fu un “wargame”, come scopriamo nelle ultime sequenze, prese dal vero a Gaza dopo un bombardamento micidiale.
“Naza” uscirà in Italia distribuito da I Wonder Pictures, come “La voce di Hind Rajab”. Non si conosce ancora la data. In Israele, invece, tutto in alto mare. Ambienti governativi l’hanno definito un film «pro-Palestina». E ti pareva?
Michele Anselmi
—-
Qui di seguito quanto scrivono i due registi israeliani sul catalogo.
Di Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di “Naza”
Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?
Molte delle rivelazioni contenute nel film sono state pubblicate quasi subito dopo che ne siamo venuti a conoscenza, nei mesi successivi agli attacchi del 7 ottobre, da “The Guardian” (tra i produttori di “Naza”), in collaborazione con i partner d’inchiesta “+972 Magazine” e “Local Call”. Il film ci permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta: non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta a tutti noi rompere quel silenzio.