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Nel mare magnum Netflix c’è anche “Collateral”, poliziesco alla David Hare

L’angolo di Michele Anselmi 

“Non possiamo asserragliarci dentro la Fortezza Britannia” scandisce il deputato laburista David Mars, con casini familiari e pure ministro ombra dei Trasporti, in “Collateral”. La serie inglese in 4 episodi risale al 2018, prima dell’arrivo al potere di Boris Johnson, ma la cosiddetta brexit si respira un po’ dappertutto nel corso della vicenda poliziesca. Niente a che vedere con l’omonimo film di Michael Mann: all’inizio avevo snobbato, poi l’amico Renato Pallavicini mi ha consigliato di vedere e lo ringrazio della dritta.
Coprodotta da Bbc Two e rintracciabile su Netflix con qualche fatica, “Collateral” porta la firma, alla voce sceneggiatura, del drammaturgo e regista David Hare, uno che sa come scrivere un copione e tenere lo spettatore ben sveglio (basterebbe pensare a “Il mistero di Wetherby”, “Il danno”, il recente “La verità negata”). In cabina di regia invece c’è una donna, S. J. Clarkson, e si sente: per la sensibilità che affiora nell’intrico delle vicende femminili, per lo sguardo non banale sulle diversità culturali ed etniche.
Se l’avete già visto, buon per voi; in caso contrario consiglio di cercarlo subito. Anche perché c’è una protagonista sopraffina, la non più giovanissima Carey Mulligan, che si fece notare ai tempi di “An Education” e non sbaglia un colpo. Qui incarna una poliziotta londinese incinta di sei mesi, tal Kip Glaspie, che fu campionessa sportiva prima di infortunarsi gravemente e adesso aspetta il suo primo caso importante per riscattarsi dalla routine.
Un fattorino della catena Regal Pizza viene ucciso nella notte con due colpi al cuore dopo aver fatto una consegna in una bella casa abitata da un’insopportabile anglo-libanese, Karen Mars, ex moglie del politico laburista di cui sopra. In terra giace un giovane siriano, il cui nome suona Abdullah Asif, ma Kip intuisce subito che qualcosa non torna. Troppo professionale l’esecuzione, quasi un agguato, e infatti l’assassino incappucciato sa come cancellare ogni prova.
Mi fermo qui, per non rovinare le sorprese, che sono fitte, ma non fini a sé stesse, pure nell’intreccio dei personaggi coinvolti, perlopiù donne: una veterana delle truppe d’assalto con stress post-traumatico, una giovane vietnamita senza permesso di soggiorno amante di una pastora anglicana lesbica, la direttrice della pizzeria che forse sapeva troppo, una volitiva turca implicata nell’immigrazione clandestina via Smirne, le due sorelle della vittima, assai spaventate.
“Collateral” ritrae piuttosto impietosamente quello che il laburista sentimentalmente incasinato definisce in tv, facendo arrabbiare tutti nel partito, “un piccolo Paese malvagio”, cioè la Gran Bretagna. Ma la denuncia di un certo clima si mischia benissimo allo sviluppo asimmetrico dell’indagine poliziesca, mentre affiorano compromissioni dei servizio segreti, luridi commerci di essere umani e pessime pratiche militari.
Un contesto feroce e penoso nel quale la giovane sbirra col pancione si muove bene, esibendo una lucida intelligenza, anche una scaltrezza acida che non esclude un moto di pietà verso gli afflitti e gli sfruttati.
Curiosità: nel cast spunta a sorpresa Maya Sansa, una brava attrice che il cinema italiano sembra purtroppo aver dimenticato.

Michele Anselmi

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