L’angolo di Michele Anselmi

Confesso: ho una passione per l’attrice belga Virginie Efira, classe 1977, sin da quando la scoprii, dieci anni fa, in una spassosa commedia intitolata “Per sfortuna che ci sei”, purtroppo rifatta in Italia con Ambra Angiolini al suo posto (classico esempio di miscasting). In questo decennio Efira ha saputo imporsi anche come attrice drammatica, a tratti intensa, senza abbandonare una certa immagine da stuzzicante bionda sexy, e fa piacere che Alberto Barbera l’abbia voluta nella giuria principale della prossima Mostra di Venezia. Intanto lei ha interpretato il controverso “Benedetta” di Paul Verhoeven in concorso a Cannes 2021, dove incarna una mistica suora facile alle tentazioni della carne; e sempre sulla Croisette ha rivaleggiato con Adèle Exarchopoulos, protagonista di “Zero Fucks Given”. Insieme le due attrici girarono nel 2019 “Sybil”, pure quello preso a Cannes in concorso con notevole generosità, e due anni dopo, il 2 settembre, proprio nel mezzo della Mostra veneziana, il film esce nelle sale distribuito da Valmyn. Quante coincidenze…

Purtroppo i “labirinti di donna” evocati dal sottotitolo italiano risultano un po’ pasticciati, sicché il film, dopo un avvio suggestivo e forse un riferimento esplicito all’americano “Sybil” di Daniel Petrie, 1976, s’inoltra nel rischioso territorio del cinema nel cinema, con effetti qua e là involontariamente ridicoli. Risultato: anche se scritto e diretto da una donna, Justine Triet, il film si perde nei meandri di una mentale discesa agli inferi, tra pulsioni sessuali incontrollate, sensi di colpa, vampirismo creativo, alcolismo di ritorno, transfert psicoanalitici alla rovescia.

Sybil, conosciamo solo il suo nome, è una psicologa quarantenne che vuole tornare a scrivere romanzi. Molla quasi tutti i suoi pazienti, nella perplessità del suo affettuoso marito Etienne, ma la pressante richiesta di aiuto che viene da una giovane attrice in crisi, tale Margot Vasilis, la convince a fare un’eccezione. Margot è disperata: sta per girare un film e s’è scoperta incinta dell’attore principale, che è pure il compagno della regista. Che fare: abortire o no? Sybil, a prima vista la solida della situazione, viene progressivamente sconvolta dal rapporto con quella donna in pezzi; sarà perché anche lei, come scopriamo strada facendo a colpi di flashback, ha alle spalle una gravidanza problematica e un passato da alcolista.

Diciamo che il tema del “doppio” non è proprio una novità al cinema; qui il rispecchiamento delle due identità femminili si colora di strizzatine d’occhio cinefile, specie quando tutta l’azione si trasferisce sull’incasinato set a Stromboli, con evidente riferimento al tormentato “triangolo” amoroso tra Roberto Rossellini, Ingrid Bergman e Anna Magnani.

Ogni tanto, soprattutto quando deve atteggiarsi a imbarazzante ubriacona, Virginie Efira sembra chiedersi: “Ma in che film sono finita?”; nemmeno lei insomma riesce a redimere l’ambizioso pastrocchio intellettuale che pure perviene, è la cosa migliore, a un lieto fine chiarificatore. Però è ammirevole la disinvoltura con la quale si produce in un’esplicita, squassante, pure acrobatica, scena di sesso, senza lenzuola addosso a coprire la nudità totale. Impensabile per un’attrice italiana dei nostri tempi autocensurati.

Michele Anselmi