“Nicolas Cage. La carriera e i film di un anti-divo di Hollywood”, pubblicato da Shatter, analizza la carriera di un attore che rappresenta “un unicum nell’arte della recitazione”, uno da odiare o da amare senza mezzi termini, capace nondimeno di una straordinaria onestà performativa. L’autore del saggio, Mirko Tommasi, ne ha parlato con noi.

Nelle pagine introduttive di “Nicolas Cage. La carriera e i film di un anti-divo di Hollywood”, poni l’accento sul momento esatto in cui Nicolas Coppola decide di cambiare il cognome in Cage. In che modo questa scelta ha influenzato la sua carriera d’attore?
Mirko Tommasi: L’emancipazione da una siffatta nomea famigliare non ha significato altro per Nicolas Cage se non l’opportunità di affrontare sul nascere il suo percorso artistico-professionale in totale libertà, senza timori reverenziali di sorta e neppure la concreta possibilità che il cognome Coppola potesse in un senso o in un altro condizionare i giudizi di un qualsiasi direttore di casting durante i provini. Dati i risultati, possiamo affermare come questa decisione abbia in definitiva influenzato la carriera di Cage in maniera irrimediabilmente positiva.

Che Cage sia un attore che recita prima se stesso dei suoi personaggi, lungi dall’essere un’accusa, è una caratteristica che lo rende particolarissimo. Credi che esistano altri interpreti a lui accomunabili?
M. T.: La pletora attorica hollywoodiana è evidentemente disseminata di tanti buoni interpreti. Credo tuttavia che Cage costituisca un unicum all’interno di essa proprio per quello che dici tu ovvero il fatto di recitare prima di tutto sé stesso, e dunque per un’onestà performativa che lo fa “essere” ancor prima che “sembrare”, conferendogli un carattere di eccezionalismo che chiunque credo, finanche il più detrattore, possa riconoscergli.

Quali sono i titoli che meglio rappresentano il lavoro di Cage? Dai classici “Via da Las Vegas” e “Face/Off” fino ai deliri di “Cane mangia cane” e “Mandy”, quali sono i titoli che consiglieresti a chi vuole conoscere la sua singolare parabola lavorativa?
M. T.: Ciascuno dei “suoi” film costituisce una singolarità, ci sarebbe quindi da dedicarsi alla sua filmografia per intero (!!!) se ci si volesse rendere davvero conto della multidimensionalità del suo way of acting. A volerne citare alcuni fra i più rappresentativi, direi che certamente lo scettro dell’imprescindibilità va a “Via da Las Vegas”, seguito da “Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans”, “Face/Off”, “Stress da vampiro” (davvero una chicca!), e per quanto riguardo il Cage più recente direi senza dubbio il da te menzionato “Mandy”.

Da dove nasce la tua passione per Cage e come hai lavorato con Shatter alla realizzazione del libro?
M. T.: Se devo essere sincero Nic Cage non è propriamente il mio attore favorito, ma sentivo che in qualche modo reclamava giustizia, la scarsa considerazione di parte del pubblico e ancor più della critica (per quanto quello che fu uno dei più grandi critici cinematografici della storia, Roger Ebert, lo riteneva al pari dei vari De Niro e Pacino), la scarsa considerazione, dicevo, nei suoi confronti mi irritava fortemente, al punto che ho ritenuto opportuno in qualche modo riabilitarlo agli occhi del mondo. Con Shatter l’intesa è stata pressoché immediata, i miei editori (Nico e Alessia) sono stati ben lieti di occuparsi di un personaggio così unconventional come Cage, il lavoro è stato svolto con perizia e grande attenzione da parte di tutti. Ci siamo trovati talmente bene che siamo già nuovamente al lavoro su un’altra figura emblematica e non-conforme del cinema americano. Ne leggerete delle belle…