“Nicolas Winding Refn. La vertigine del fato” di Rudi Capra (Falsopiano, 2022) si immerge nella carriera e nella poetica del regista danese che ha segnato indelebilmente il cinema nero degli ultimi venti anni. Un volume colto e approfondito di cui abbiamo parlato con l’autore.

Tra le molte chiavi di lettura possibili, scegli un celebre verso del “Prometeo incatenato” per cominciare a leggere il percorso di Nicolas Winding Refn. Qual è il coefficiente tragico delle sue storie che non fanno sconti?
Rudi Capra: Eschilo e NWR sono affascinati dai concetti di colpa, violenza, vendetta, destino, parole che risuonano potenti nella tragedia antica e in quella moderna. Un aspetto particolare di eroine ed eroi refniani è la passività con cui si consegnano a trasformazioni profonde che li spingono verso un orizzonte cupo. Ma sono personaggi che riescono con facilità a coinvolgere e sconvolgere, perché sono universali, come quelli del mito.

Del percorso di Refn trovo particolarmente stimolante l’inaspettato e oneroso flop di “FEAR X”, dopo i primi successi cui seguirà, non molti anni dopo, la consacrazione internazionale di “Drive” e “Solo Dio perdona”. Qual è il tuo punto di vista in merito e cosa pensi di quel titolo?
R.C.: “Fear X” è il primo film in cui emergono con forza gli stilemi che contraddistinguono la cifra originale e inimitabile della poetica refniana. È un punto importante nella sua carriera, con un cast stellare che include John Turturro protagonista, Brian Eno alla soundtrack, Larry Smith alla fotografia. È un’opera provocatoria che incoraggia una visione partecipe e un’interpretazione attiva da parte dello spettatore. È anche vero che tradisce una mancanza di maturità e una certa fatica a staccarsi dai modelli di riferimento, Lynch e Kubrick su tutti.

Nelle analisi dei singoli film, il tuo saggio frammenta il discorso in brani dai titoli stimolanti e da molteplici riferimenti alla storia del cinema, uno dei motori dell’arte di Refn. Che differenza c’è tra la cinefilia del regista danese e quella di un Tarantino o di Burton?
R.C.: Bella domanda. La differenza tra NWR e Tarantino è la medesima che intercorre tra un archeologo e un astronomo. Tarantino è l’astronomo, invita gli spettatori a gioire con lui della meraviglia del cinema mantenendo però una distanza colma di ammirazione verso gli oggetti della propria cinefilia. Invece NWR si diverte a disseppellire un patrimonio di icone e simboli, che risale solitamente agli anni ’70, per dare loro nuova collocazione in sequenze immaginose e ieratiche che hanno la grazia evocativa di un museo delle arti antiche. Burton trovo che sia ancora diverso, è il ragazzino in campeggio che siede davanti al fuoco a raccontare vecchie storie di fantasmi, e cerca un pubblico simile a lui, affascinato dalla notte, dal bosco, dalle ombre proiettate sugli alberi.

Partendo dal concetto di “continuità intensificata” di Bordwell, rifletti sull’evoluzione del cinema di Refn da Pusher fino ad oggi e al marchio #byNWR. Puoi spiegarci di cosa si tratta?
R.C.: Per misurare la “velocità” di un film, alcuni critici usano come unità di misura la “lunghezza media dell’inquadratura” (Average Shot Length, ASL). In uno studio di qualche anno fa, David Bordwell ha notato che il cinema americano, dagli 8-11 secondi di ASL del periodo 1930-60, è sceso ormai a 3-6 secondi e continua ad accelerare. Questo significa che siamo passati dal paradigma dominante del cinema hollywoodiano classico, noto come “continuità classica”, a un regime che mantiene gli stessi princìpi in una chiave fortemente accelerata, che lui ha chiamato “continuità intensificata”. Internet e i social media ovviamente amplificano questa tendenza all’accelerazione delle immagini e alla moltiplicazione degli stimoli sensoriali. NWR va in controtendenza, mostrando nella sua filmografia un progressivo congelamento dell’immagine, una dilatazione del narrato, che lo avvicina a un’idea di cinema contemplativa e in questo senso anti-hollywoodiana.