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Non aver nulla da dire e dirlo male: “Le sorelle Macaluso”. Dal Giappone una storia di spie, grande Wiseman a 90 anni

Non aver nulla da dire
e dirlo pure male:
“Le sorella Macaluso”

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 9

Non aver nulla da dire e dirlo male. Questo, a parere del sottoscritto, il problema di “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante, quarto e ultimo film italiano in concorso alla Mostra. Quattro titoli sono tanti in un consesso di diciotto, e ci si chiede perché il direttore Alberto Barbera abbia voluto così largheggiare con la truppa nazionale, specie se la qualità, sempre a parere del sottoscritto, non lo permette.

Emma Dante, palermitana, classe 1967, è regista teatrale assai apprezzata, il suo primo film, “Via Castellana Bandiera”, fu accolto in gara qui al Lido nel 2013 e se ne ripartì con un premio. Sette anni dopo arriva il bis, solo che stavolta è venuta meno anche la novità.

Le sorelle Macaluso sono cinque: Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella. Orfane di padre e madre, vivono a Palermo in un vecchio stabile di periferia affacciato sul mare, affittando colombi per i matrimoni e arrangiandosi come possono. La “sorellanza” sembra unirle, senza invidie e malumori. Un rovente giorno d’estate a metà degli anni Ottanta, nei pressi del mitico stabilimento balneare Charleston, il quintetto si divide in riva al mare, e una delle sorelle, la piccola Antonella, ci rimette la pelle. Non sappiamo come, lo scopriremo strada facendo.

Intanto passano i decenni, le quattro sorelle rimaste, incarnate da altre attrici, non vanno più tanto d’accordo: una confessa dopo pranzo di avere un tumore e ingurgita un vassoio di paste, una vuole vendere la casa per tirar su dei soldi, una non ci sta con la testa, una pensa solo al sesso. Altro salto di tempo, si direbbe oggi: l’unica rimasta a vivere lì, ormai allucinata e persa, “smonta” la casa e si prepara a un mesto addio mentre incombono i traslocatori.

Tratto da una pièce teatrale della stessa Dante, il film sfodera una struttura in tre atti, con l’aggiunta di qualche flashback; purtroppo non si direbbe che abbia giovato granché alla partitura scritta il coinvolgimento di Giorgio Vasta e di Elena Stancanelli.

Il passare del tempo è affidato ogni volta all’usurata “Gymnopédie n. 1” di Erik Satie, sia pure in forma di carillon; la piccola va pazza per i Kinder e si chiacchiera di “Ritorno al futuro”; c’è un intermezzo saffico in chiave di tenera scoperta dell’identità sessuale; un’immagine dall’alto sembra alludere ai nudi lividi di Lucien Freud; echeggiano all’inizio “Inverno” di De André nella versione di Battiato (omaggio siculo?) e alla fine “Meravigliosa creatura” di Gianni Nannini; soprattutto ci sono tanti colombi, dappertutto in casa, una presenza tra inquietante e amica, forse altamente simbolica. Com’è simbolico, si direbbe, quel buco sul muro scavato nella prima sequenza: per vedere cosa?

La regista dice di aver fatto “un film sul tempo, sulla memoria, sulla vecchiaia, sulle cose che durano, sulle persone che restano anche dopo la morte”. Può darsi che sia così. E certo quella casa, dapprima ricolma di oggetti colorati, poi ingrigita dal degradarsi degli arredi, è la vera protagonista di “Le sorelle Macaluso”, il contenitore materno di un lessico familiare che si vorrebbe toccante, struggente, invece spesso solo sgradevole.

Sono dodici le attrici chiamate a incarnare le sorelle nel corso degli anni, e quindi mi pare difficile citarle tutte. La cronaca registra applausi in sala alla proiezione per la stampa. Nelle sale, distribuito da Teodora, da giovedì 10 settembre.

PS. Una cosa in difesa di “Le sorelle Macaluso” però bisogna dirla: è un imbecille chi, a destra, ha orchestrato una volgare campagna mediatica contro il film e la Mostra partendo da una foto di scena che ritrae la piccola Antonella in mutande circondata dai piccioni. Ma quale invito alla pedofilia?

* * *

Purtroppo non convince, sul fronte del concorso, nemmeno il giapponese “Moglie di una spia”, scritto e diretto dal 65enne Kiyoshi Kurosawa. Però almeno vuoi sapere come va a finire. Siamo a Kobe, nel 1940: la Seconda guerra mondiale è appena scoppiata in Europa (Pearl Harbor è questione di mesi) e nella città nipponica si respira una brutta aria. Il mercante Yusaku,

allergico alla retorica “imperiale” e sedotto dai costumi occidentali, si ritrova per le mani, dopo un viaggio in Manciuria, le prove di un atroce esperimento batteriologico condotto da medici giapponesi. L’uomo non è una spia, ma esita a confessare il tutto all’amata moglie Satoko, a sua volta corteggiata da un amico d’infanzia, Taiji, divenuto nel frattempo un sospettoso/feroce ufficiale della Polizia militare.

La vicenda intreccia la caccia alla spia e il legame speciale che unisce i due coniugi, in un gioco di specchi nei quali c’entra anche il cinema (a un certo punto si parla di Mizoguchi). Se la sorpresona in sottofinale è un po’ telefonata, il clima da mélo storico è tenuto a freno da una messa in scena sobria, a tratti stilizzata.

Il regista sembra mettere sotto accusa un certo fanatismo nipponico destinato ad essere seppellito sotto i bombardamenti squassanti del 1945. Frase cruciale detta dalla moglie in manicomio: “Io non sono per niente pazza. Ciò fa di me una pazza in questo Paese”.

* * *

Per fortuna, tra i fuori concorso non di finzione, è arrivato “City Hall” di Frederick Wiseman. L’immenso cineasta americano, oggi novantenne, ha girato questo documentario su Boston, sua città natale, “per dimostrare che è necessario avere un governo se si vuole vivere bene insieme”. Capita l’antifona anti-Trump?

Torrenziale nella durata, ben 275 minuti, “City Hall”, cioè municipio, è un coinvolgente cine-racconto sullo stile impresso dal sindaco democratico Marty Walsh, classe 1967, al governo della storica città. La cinepresa di Wiseman compie una sorta di servizio civico, non cerca la bella inquadratura alla Gianfranco Rosi, non adotta artifici drammaturgici, non “ricrea”: filma e basta, almeno così sembra, lasciando che parli la sostanza delle parole e delle immagini.

Certo, “City Hall” è tutto dalla parte del sindaco. Colpito dal cancro a sette anni, alcolista in gioventù prima di uscire dalla dipendenza, Marty Walsh è diventato un fine politico, anche carismatico, capace di parlare a tutti con un tono schietto, molto “american”: minoranze latinoamericane, islamici, anziani indigenti (soprattutto neri), disabili, omosessuali e lesbiche, vigili del fuoco, poliziotti, tifosi dei Red Sox, sfrattati, infermiere, eccetera.

Ci sono lungaggini, episodi noiosetti, e forse “City Hall” andrebbe visto a puntate; ma basterebbe l’incontro con i veterani di tutte le guerre (Seconda, Corea, Vietnam, Iraq…) per dirci la forza espressiva di quelle testimonianze incise sulla pelle viva. Nessuno “recita”, a partire dal giovane ex-marine  Andrew Biggio, e tuttavia, come capita spesso con gli americani, tutti sembrano consumati attori di cinema: per cosa dicono e come lo dicono.

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