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“Non conosci Papicha”. Un’alternativa a “Tenet”, se una giovane stilista sfida l’integralismo islamico

L’angolo di Michele Anselmi 

Se non importa nulla di “Tenet”, e capirei, una possibile alternativa viene da “Non conosci Papicha”, che esce nelle sale, poche ma mirate, il 27 agosto grazie a Teodora Film. Passato a Cannes 2019 in “Un certain regard”, il film segna il debutto tardivo nel lungometraggio della cineasta franco-algerina Mounia Meddour, oggi 42enne; e certo c’è poco da sorridere, visto ciò che racconta, anche se il sorriso di due giovani donne e il battito di un bambino nella pancia chiudono la vicenda con un barlume di speranza.
“Papicha” è il soprannome di Nedjima, una bella e volitiva ventenne che frequenta l’università di Algeri sul finire degli anni Novanta. Anni fetidi, di guerra civile, con i gruppi fondamentalisti (Gia) che provano a imporre una Repubblica di tipo islamico a colpi di attentati ed esecuzioni mirate. L’integralismo violento si respira nell’aria: saltano per aria le videoteche, la sorella giornalista di Nedjma viene uccisa sulla porta di casa, dappertutto sui muri appaiono manifestini minacciosi rivolti alle donne che recitano “Cura la tua immagina o lo faremo noi”, cioè indossa il velo e niente minigonne o capo scoperto.
In questo contesto poco rassicurante, vagamente “nazista”, l’aspirante stilista Nedjima, brava nel disegnare e cucire abiti, scappa di notte dal campus insieme all’amica Wassila per vendere le sue creazioni in una discoteca e tirar su qualche migliaia di dinari.
Ma tutto sta precipitando rapidamente sotto lo sguardo fiero di “Papicha”, che strapazza i fanatici e si fa molte nemici. Sicché pure il progettare un’innocente sfilata di haïk, che poi sono le vesti bianche tradizionali algerine composte da un solo pezzo di seta lungo 5 metri, suonerà come una provocazione da miscredenti alla quale reagire con i fucili.
“Liberamente ispirato a fatti accaduti” dice una didascalia. Il film è onesto, ben girato e recitato, forse c’è qualche scena madre di troppo; di sicuro fa riflettere che, dopo circa 150 mila morti, solo nel tardo 1999, con la vittoria elettorale di Abdelaziz Bouteflika, la mattanza si calmò in Algeria. Colpisce la coerenza della giovane ribelle, che si trucca, indossa jeans stracciati, parla francese e non solo arabo, nel non allinearsi alle rigide norme “religiose” imposte dalla ventata integralista. Lei non vuole emigrare in Francia, come pure il fidanzato architetto le chiede, preferisce restare nella sua terra natia e farsi valere: ma ne verrà davvero la pena?
La ventisettenne attrice Lyna Khoudri, poi scoperta anche da Wes Anderson, indossa bene la grinta e la venustà di questa giovane donna che teorizza la propria indipendenza e non si fa imporre nulla. A costo, forse, di perdere di vista il senso della realtà, pericolosamente.

Michele Anselmi

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