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NON DITE DI “UNA GIUSTA CAUSA” AL CONGRESSO DELLE FAMIGLIE. RUTH BADER GINSBURG, UN’EROINA DELLA PARITÀ TRA I SESSI

L’angolo di Michele Anselmi 

Non bisogna dire ai retrogradi bigotti del veronese Congresso delle Famiglie che c’è in giro un film americano intitolato “Una giusta causa”, in originale, più efficacemente, “On the Basis of Sex”. Rievoca una vicenda lontana, davvero accaduta, ma soprattutto racconta la storia di Ruth Bader Ginsburg, avvocata newyorkese di origine ebrea, classe 1933, che ha dedicato la propria vita a combattere la discriminazione sessuale, fino ad arrivare, per meriti incontrastabili, a sedere nella Corte Suprema degli Stati Uniti.
Il film di Mimi Leder, nelle sale da giovedì 28 marzo con Videa, è di quelli rigorosi, accurati sul piano della ricostruzione d’ambiente, anche molto tecnici sul piano giuridico, che però non piegano la biografia all’agiografia, benché naturalmente la protagonista rifulga come un’eroina di rara determinazione. Per grinta personale, senso della legge, coerenza personale; anche grazie all’aiuto sostanziale ricevuto dal marito Martin, pure lui avvocato, una pasta d’uomo risoluto nel sorreggere la “giusta causa” della consorte.
Sembra impossibile o forse no. Ma nel 1955 c’erano solo nove donne, su cinquecento allievi, alla Harvard Law School, e Ruth faceva parte del ridotto drappello visto con sufficienza e ironia dai colleghi maschi, preside incluso. Sin dall’inizio la seguiamo, con le sue gonne a campana e il trucco da brava moglie, mentre prova farsi largo in quel contesto pomposo, con raddoppio prestigioso alla Columbia University. Ma sembra non esserci lavoro per lei, nessuno studio l’assume nonostante le evidenti capacità; finché, passati tre lustri, con l’America in subbuglio, i tempi che cambiano e i figli che crescono, Ruth non troverà la causa-grimaldello con la quale mostrare di che pasta è fatta.
Un caso di discriminazione alla rovescia, di cui è vittima in Colorado un certo Charlie Moritz, al quale l’articolo 214 della Legge tributaria nega una detrazione fiscale nell’accudimento della vecchia madre malata, offre a Ruth il pretesto per sbullonare norme anacronistiche e rivendicare la parità dei sessi, perché “la ragione è l’anima della legge”.
Mimi Leder, di cui apprezzai l’esplosiva spy-story “The Peacemaker”, stavolta punto tutto sulla sobria ricostruzione dei fatti, senza impennate di stile, preparando con cura la toccante perorazione in tribunale, di fronte ai tre giudici sulle prime perplessi, che chiude il film aprendo la strada a una vera e propria rivoluzione sui temi della “discriminazione di genere”.
Ispirata da Atticus Finch, l’avvocato interpretato da Gregory Peck in “Il buio oltre la siepe”, e dalla vera avvocata progressista Dorothy Kenion, incarnata da Kathy Bates, la tosta combattente di “Una giusta causa” procede come un rullo compressore, senza troppo curarsi di chi l’accusa di essere superba, insopportabile, pedante; e anche qui sta, credo, l’interesse del film.
L’attrice britannica Felicity Jones si impossessa con notevole piglio del personaggio di Ruth, mentre lo spilungone Arnie Hammer, dimesso il ruolo del turista gay di “Chiamami col tuo nome”, disegna un marito quieto, solidale, ideale, buonissimo. Eppure pare che Martin Ginsburg fosse davvero così, almeno secondo lo sceneggiatore Daniel Stiepleman, nella vita nipote dell’indomabile Ruth che compare 85enne nella scena finale del film.

Michele Anselmi

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