L’angolo di Michele Anselmi 

Non uso quasi mai la parola capolavoro, per consuetudine e senso della misura, ma credo che per “Cyrano”, il film di Joe Wright che esce giovedì 3 marzo con Eaglepictures, andrebbe spesa. Trattasi di musical, bisogna dirlo subito anche se il trailer fa di tutto per nasconderlo, e sorprende vedere come il regista inglese di titoli come “Orgoglio e pregiudizio” e “L’ora più buia” sia riuscito a reinventare, diciamo pure a “risuolare”, il classico teatrale di Edmond Rostand (al 1897 risale la prima messa in scena) facendolo apparire così classico e nuovo insieme, senza forzature inutili.
Avvertenza: consiglio di dimenticare i Cyrano cinematografici di José Ferrer, Gérard Depardieu e Steve Martin, pure gli spadaccini nasuti e poeti incarnati dai nostri Gino Cervi, Domenico Modugno e Gigi Proietti; Wright prende il musical di Erica Schmidt, 2018, certo ispirato alla celebre vicenda romantica, e ne riprende l’idea, audace e azzeccata, di fare interpretare l’eroe eponimo all’attore nano americano Peter Dinklage, sì quello del “Trono di spade”, nonché marito della stessa Schmidt. L’effetto-freak è sulle prime spiazzante, tuttavia basta poco per abituarsi a questo Cyrano de Bergerac alto 1 metro e 35 centimetri, istruttore dei cadetti di Guascogna, abile con la spada e con la penna, per nulla complessato, dalla battuta arguta e dal carisma inossidabile.
In una Francia un po’ astratta e lattiginosa, ricostruita interamente in Sicilia, tra Noto, Scicli, Catania e l’Etna, Wright impagina la toccante storia di Cyrano, Roxanne e Christian (o anche Cirano, Rossana e Cristiano), ambientata ora nel Settecento, cioè un secolo dopo rispetto all’originale, irrorando il tutto con foschi riferimenti antibellicisti alla guerra di trincea.
Inutile riassumere l’intreccio a tutti noto, se non fosse che il film, passato alla Festa di Roma, estremizzando il tipo di deformità non più affidata al celebre naso proteiforme e creando personaggi di colore, spero non solo per esigenze di “quote”, rende più moderno il contrasto-dilemma, facendo tutt’uno con le straordinarie canzoni composte dal gruppo The Natural (i fratelli Aaron e Bryce Dessner pensano alle musiche, il cantante Matt Berninger ai testi).
Purtroppo il passaggio dalle parti parlate a quelle cantate risulterà meno fluido qui da noi, a causa del doppiaggio, ma – fidatevi – è pregevole l’intonazione degli attori, anche l’espressività delle loro voci chiamate a misurarsi con brani musicalmente non proprio facili e tuttavia orecchiabili, non artificiosi.
Non so quanto abbia messo di sé Peter Dinklage nell’incarnare questo Cyrano gagliardo e guascone, capace di sbaragliare dieci avversari con la sua spada affilata e tuttavia come paralizzato di fronte allo sguardo dell’amata Roxanna, resa da Haley Bennett con piglio soave e orgoglioso. L’incredulo Christian, come si diceva, ha il volto e il fisico dell’attore afroamericano Kelvin Harrison Jr, mentre il perfido marchese De Guiche trova in Ben Mendelsohn un “villain” imparruccato che sembra alludere ad alcune brutte vicende in zona “#MeToo”.
Ci sono numeri musicali davvero intensi in questo film lungo due ore. Penso, ad esempio, alle struggenti confessioni dei soldati nel fango e nella neve prima della battaglia suicida, tutte costruite attorno al ritornello quasi folk “Tell them do not cry at all / Heaven is wherever I fall”; e che dire di quel “I need more” che Roxanne invoca dalla finestra, delusa dalle banalità spiccicate da Christian, così diverse rispetto alle vibranti lettere scritte da Cyrano per il giovane amico?
I temi ci sono tutti: la pena dissimulata, il dilemma morale, il senso di inadeguatezza, i destini incrociati, l’amore sublimato e diviso, le imperfezioni a loro modo perfette, la scoperta della verità in punto di morte. Si esce da “Cyrano”, o perlomeno io sono uscito così, con la sensazione di aver assistito a uno spettacolo popolare e sofisticato al contempo, tra acrobatiche sequenze di cappa e spada e universali struggimenti amorosi, come sa fare il grande cinema hollywoodiano quando l’azzecca.
PS. I costumi fantasiosi sono firmati dal nostro Massimo Cantini Parrini e da Jacqueline Durran, giustamente candidati all’Oscar.

Michele Anselmi