Un paesaggio coperto dalla nebbia, la voce di un bambino che chiama il nome di Samir, il volto rassegnato di un ragazzo che cammina con lo sguardo basso e le spalle curve. Si apre così il film di Goran Paskaljević, il regista serbo scomparso lo scorso giugno. “Nonostante la nebbia” è in uscita sulle piattaforme Prime Video, Cgdigital, Chili, Itunes, Gplay e Rakuten il 21 marzo in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Il film non richiede un’analisi strutturale, ma piuttosto l’attivazione di uno stream of consciousness personale, parlando alla James Joyce.
Giorgio Tirabassi interpreta Paolo, un uomo alle prese con una profonda crisi familiare insieme alla moglie Valeria, interpretata dall’attrice Donatella Finocchiaro, a causa della prematura scomparsa del figlio Marco. È facile comprendere come questo evento abbia scosso l’armonia di una famiglia e come l’arrivo di Mohammed, un bambino di otto anni profugo siriano, possa ribaltare un equilibrio già di per sé compromesso. Come si affronta ciò che non si conosce?
L’articolazione della narrazione analizza tre macroaree: la comprensione tramite un tentativo di integrazione ed apertura; la seconda è quella dell’ignoranza come volontà precisa di ignorare con un “non sono razzista ma…”; l’ultima è relativa alla sfera religiosa e alle discrepanze interne all’interpretazione della stessa e dei suoi dogmi.
“Abbiamo attraversato il mare con un gommone. La barca ha cominciato a dondolare forte e si è rovesciata, non riuscivo più a respirare” questo è quanto emerge dal racconto di Mohammed il cui unico obiettivo è raggiungere la Svezia e non l’Italia, come spessissimo accade. Dunque le strade percorse e rappresentate dai personaggi sono sostanzialmente tre: amore e protezione da Paolo e Valeria, forse troppo da parte della donna a cui si legano drammi psicologici; paura e rifiuto della diversità da parte della madre di Valeria; procrastinare l’identità di italiano medio, non razzista ma “solo” portatore sano di pregiudizi a priori nei confronti degli “invasori”, da parte di Luciano. In quest’ultima circostanza la familiarità dello spettatore con le battute menzionate è tangibile, come lo è la rappresentazione dell’ereditarietà del pensiero familiare sui figli come per Luciano e la sua famiglia.
Il film di Paskaljević non ha il potere di mostrare il dramma del fenomeno migratorio con gli occhi di chi lo vive, e probabilmente non ne ha alcuna intenzione, ma ha la naturale capacità di rendere visibile il pensiero di chi lo osserva. A questo serve il flusso di coscienza citato in precedenza, a comprendere da che punto di vista lo spettatore, e l’uomo, vuole osservare la storia, in quale punto si trova e perché, verso quale punto potrebbe potenzialmente spostarsi. La risposta più complessa da dare sta proprio in quel perché e la parola “nebbia”, in questo, è fortemente esplicativa: la consapevolezza del fenomeno migratorio è ancora ad oggi inghiottito da un muro apparentemente invalicabile di oblio.

Cristina Quattrociocchi