In libreria per Arcana edizioni, “Nothing Is Real” di Claudio Gargano è una storia della musica psichedelica inglese che inquadra il fenomeno da un punto di vista storico-critico per poi presentare 50 lemmi per altrettanti gruppi e solisti: si va da quello indiano dei Beatles a quello cosmico dei Pink Floyd, da quello soft di Donovan a quello hard dei Deviants, da quello pop dei Nirvana a quello folk della Incredible String Band, da quello blues di Arthur Brown a quello californiano di Eric Burdon & The New Animals, da quello proto-prog di Tomorrow, Pretty Things, Twink, Traffic a quello concept di Mark Wirtz e di Billy Nicholls. Di seguito la conversazione avuta con Claudio Gargano, già autore di “Fifth dimension. Psichedelia USA 1966-1974”.

Come spieghi nelle pagine introduttive del tuo saggio, la storia della psichedelia inglese è anche una storia di locali, di occasioni, di incontri fortunati che non coinvolgono soltanto la musica, ma anche la letteratura, le arti visive… A partire dalla festa organizzata al Round House in poi perché Londra diventa il centro del mondo?
Claudio Gargano: Perché Londra? Perché la Swinging London, specchio di un paese che ha definitivamente archiviato la seconda guerra mondiale e un monumento nazionale come Winston Churchill, entra nei Silly Sixties con i governi laburisti di Harold Wilson (citato, insieme al leader conservatore Edward Heat, in “Taxman”, la traccia d’apertura di “Revolver” dei Beatles) la cui azione estende il welfare state a larghi strati della popolazione e con una Elisabetta II (la “Her Majesty” di “Abbey Road” definita “a pretty nice girl”) che seduce non solo i Fab Four, ma anche i sudditi di una nazione che, da sola, ha forgiato il suo carattere durante la battaglia d’Inghilterra, respingendo i tentativi d’invasione da parte della Germania di Hitler. Perché dagli Stati Uniti, con i quali la Gran Bretagna ha sempre avuto un rapporto privilegiato, giungono, attraverso l’Atlantico, il rock ‘n’ roll di Elvis Presley e il folk di Bob Dylan (John Lennon, in God, li rinnegherà entrambi, tuttavia per anni sono state le sue auctoritas indiscusse, come dimostrano l’album “Rock ‘N’ Roll” e il brano “Working Class Hero”). Perché, a differenza degli States impegnati nella dirty war in Vietnam, la via inglese alla psichedelica non prevede tanto una critica radicale al Sistema (si pensi a un artista come Country Joe McDonald, a un album come “Volunteers” dei Jefferson Airplane, a un brano firmato da Paul Kantner e David Crosby come “Wooden Ships” sulla minaccia atomica) quanto una fuga dalla realtà e un approdo, with a little help from Lewis Carroll, al Paese delle Meraviglie, al Passato (quello Vittoriano in “Sgt. Pepper”), al continente di Atlantide di Donovan: il tutto favorito da quelle che il poeta americano Allen Ginsberg chiama Droghe Benevole, in primo luogo l’LSD, poiché si ritiene non diano assuefazione. Perché, infine, la divisa della Swinging London è quella indossata dal Sergente Pepe nell’omonimo album dei Beatles ai quali, specie negli Studio Years, riesce ciò che non riesce a nessuno: coniugare Psichedelia, Oriente e Droga in mix sonoro che, per i tempi, non solo è rivoluzionario (si ascolti “Tomorrow Never Knows”) ma è anche seminale per tutti gli sviluppi musicali futuri.

Al di là della quadratura del numero, le 50 sfumature di psichedelia, che racconti e illustri in ordine rigorosamente alfabetico, mi sembrano lasciare poco spazio a dimenticanze e sviste. Cosa ne pensi?
C.G.: Fare una selezione, tra oltre duecento gruppi che nella seconda metà degli anni Sessanta hanno cavalcato l’onda lisergica, non è stato facile. Tuttavia, pur adottando scelte a volte anche drastiche, mi pare di essere riuscito a illustrare tutte le sfumature, cioè tutte le variazioni, con una lieve preferenza per la psichedelica soft, di un genere musicale che ha abbracciato ogni tendenza: indiana, cosmica, morbida, hard, pop, folk, blues, proto-prog, concept.

Credi che la psichedelia più che un genere in sé sia definibile come un’attitudine al pari del progressive?
C.G.: Più un’attitudine (il pensiero va subito al titolo di un romanzo di Angus Wilson intitolato “Anglo-Saxon Attitudes” pubblicato nel 1956, l’anno della mia nascita) che un genere? Ne sono convinto anche io. La musica psichedelica riproduce un suono mentale il quale, servendosi dell’esperienza che deriva dalle sostanze lisergiche, scaturisce dalla Psiche, dall’Inconscio; si propone di allargare la mente, l’area della conoscenza interiore, conquistando quella Quinta Dimensione che, secondo la Nazione Hippie e i suoi profeti (Timothy Leary), conduce a una forma di conoscenza del Self che neppure la logica e la ragione sono in grado di raggiungere.

Quali sono gli artisti che, finita l’epoca d’oro da te raccontata nel volume, hanno portato avanti il verbo lisergico fino ad ora?
C.G.: Gli artisti che, a vario titolo, hanno portato avanti il verbo psichedelico in Inghilterra sono, a mio avviso: Kula Shaker (il leader del gruppo, Crispian Mills, ha compiuto un viaggio in India sulle orme dei Beatles e, in particolare, di George Harrison); Ozric Tentacles (che, nati come una comune hippie sul modello di quelle degli anni Sessanta e Settanta, hanno aggiornato lo space-rock di Pink Floyd, Hawkwind, Tangerine Dream, Gong, firmando brani solo musicali e abbandonandosi a lunghe improvvisazioni sonore); ma, soprattutto, Porcupine Tree (il leader del gruppo, Steve Wilson, è riuscito a fondere il sound dei Pink Floyd con il sound dei King Crimson) e Radiohead (il cui leader, Thom Yorke, è stato in grado, specie in “Ok Computer”, di trovare una sintesi di somma eleganza tra psichedelia e pop).

Come hai lavorato con Arcana alla progettazione del volume e da dove nasce la tua passione per la psichedelia?
C.G.: Con Arcana, la casa editrice con cui avevo già pubblicato la storia della musica psichedelica americana, ho lavorato in pieno accordo. Quanto alla mia passione per tale attitudine musicale, essa nasce nel Natale del 1968, quando, a dodici anni, ho ricevuto in regalo dai miei genitori (mia madre, negli anni Sessanta, ha lavorato per qualche tempo nella Londra dei Beatles e ha spesso mangiato nello stesso ristorante frequentato da Paul McCartney; mio padre, da un viaggio negli States, mi ha riportato la discografia completa dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead fino alla metà degli anni Settanta) i miei primi due 33 giri: “Sgt. Pepper” e il “White Album”. Ascoltare “Lucy in the Sky with Diamonds”, “A Day in the Life”, oppure “Dear Prudence”, “Glass Onion”, “Happines is a Warm Gun”, “Sexie Sadie”, “Helter Skelter” e innamorarmi di un tipo di musica che, abbattendo ogni barriera tra dentro e fuori, faceva intravedere The Other Side, è stata una cosa sola: un’esperienza che, dopo oltre mezzo secolo, non si è ancora esaurita.