L’angolo di Michele Anselmi

Sarebbe meglio non sapere nulla, ma proprio nulla, di “Nowhere Special – Una storia d’amore”. Perché la forza del nuovo film di Uberto Pasolini, classe 1957, già produttore di successi come “Full Monty”, sta in buona misura lì: nella sorpresa via via disvelata dal regista ormai anglo-italiano Purtroppo è lui stesso a scrivere nelle note di regia e dire nelle interviste: “Ho voluto girare questo film non appena ho letto di un padre single che aveva passato gli ultimi mesi della sua vita alla ricerca di una nuova famiglia per suo figlio”. Peccato.
“Nowhere special – Una storia d’amore” esce mercoledì 8 dicembre con Lucky Red, e lo raccomando altamente a chi crede ancora in un cinema realistico e insieme sommesso, non “effettato”, furbo o bombardato dalle musiche, capace insomma di scandagliare l’animo umano senza nascondere la dura sostanza dell’esistenza, individuando un percorso di saggezza anche nelle strettoie più implacabili.
Il nessun posto in particolare evocato dal titolo è in realtà Belfast, anche se non si dice mai e probabilmente si allude ad altro. Qui vivono il quasi trentaquattrenne lavavetri John e suo figlio Michael, di appena quattro anni. La mamma, venuta dall’Est, li ha mollati da molto tempo, e ora è il papà a occuparsi di tutto. All’inizio spira un’aria un po’ alla Ken Loach, tra economie casalinghe, assistenti sociali e differenze di classe, ma poi il film prende un’altra piega: capiamo infatti, e Pasolini è molto bravo nel dosare le informazioni, che a John resta poco da vivere a causa di una malattia e quindi c’è da trovare una famiglia adottiva per sistemare il piccolo prima che tutto peggiori. Ma quante coppie si possono vagliare e come decidere?
Se nel precedente “Still Life” l’attore Eddie Marsan dava corpo e grazia a un funzionario comunale impegnato nella ricerca dei parenti di persone morte in solitudine, in “Nowhere Special – Una storia d’amore” James Norton racconta il “prima”, cioè la poca vita che resta da vivere, facendo del suo lavavetri proletario un padre costretto dagli eventi ad essere speciale. Ed è speciale, secondo me, anche il modo sottile, discreto, il più lontano possibile dal melodramma e dal sentimentalismo, con il quale Pasolini si accosta alla storia, certo toccante.
Non saprei dire se ci sia qualcosa di giapponese, nel senso del rapporto quieto, per quanto possibile, con la morte, in questo film di forte eleganza espressiva; basterebbero le vetrate riprese sui titoli di testa, a dirci forse, tra suggestione estetica e metafora sociale, la materia scivolosa, trasparente, sulla quale si arrampica lo sfortunato protagonista.
Ci sono pagine davvero intense, emozionalmente intendo, in questo film passato prima alla Mostra di Venezia e poi alla Festa di Roma, e non è il caso qui di descriverle, perché servono al regista per far andare di pari passo i dilemmi morali del padre malato, l’accettazione della realtà da parte del bambino e il legittimo turbamento dello spettatore. James Norton è perfetto nel mettere a fuoco la pena, il coraggio e la misura del padre “working class”, ma certo il film non sarebbe venuto così bene se Pasolini non avesse trovato il piccolo Daniel Lamont per il ruolo di Michael. Il fermo immagine finale vale da solo il prezzo del biglietto.

Michele Anselmi