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Occhio alle padelle con Pfoa, lo insegna “Cattive acque” (Un thriller di Todd Haynes)

L’angolo di Michele Anselmi

La verità? Vedi “Cattive acque” con un’apprensione crescente, fino quasi a sentire nelle budella il famigerato Pfoa, ovvero l’acido perfluoroottanoico. Ricordo che mia madre, negli anni Sessanta, decantava le virtù delle pentole antiaderenti ricoperte di Teflon, materiale assemblato con quell’acido; oggi, invece, si raccomanda rigorosamente di acquistare pentole “Pfoa Free”, per evitare effetti cancerogeni. Ma siamo sicuri di farlo?
“Cattive acque”, nelle sale giovedì 20 febbraio con Eagle Pictures, appartiene a quel filone di denuncia civile che ha prodotto, negli anni, film come “Silkwood” con Meryl Streep, “Erin Brockovich” con Julia Roberts, “A Civil Action” con John Travolta, “Promise Land” con Matt Damon; insomma quelle storie vere, verissime, che ricostruiscono un qualche atroce misfatto ai danni della collettività perpetrato da grandi gruppi industriali capaci di farsi difendere dai più potenti avvocati dell’Unione. Non sorprende che il regista Todd Haynes, che si fece conoscere con film come “Poison” e “Safe”, abbia accettato la proposta di Mark Ruffalo, attore (e qui anche produttore) sensibile da sempre ai temi dell’ambiente.
Le cattive acque del titolo, inquinate per anni da uno sversamento incontrollato di Pfoa, cambiarono tragicamente la vita a circa settantamila americani al confine tra Ohio e West Virginia. Fu il colosso chimico DuPont, che sapeva e nulla fece, nascondendo documenti e test, a provocare quell’emergenza ambientale e sanitaria. E chissà come sarebbe andata a finire, peggio sicuramente, se l’avvocato Robert Bilott non avesse intrapreso una battaglia legale durata ben 17 anni.
Si parte da Cincinnati, Ohio, nel 1988: quando Bilott, appena entrato in un prestigioso studio legale, viene rintracciato da un rabbioso agricoltore di Parkersburg, tal Wilbur Tennant, che lo invita a indagare, subito, su strani fenomeni di inquinamento. Sembrano farneticazioni, invece, una volta sul posto, Bilott intuisce che qualcosa di tremendo sta succedendo nelle falde acquifere: prima tocca agli animali impazziti, poi agli uomini.
Il film, dalle tinte livide, è classico, sfodera una narrazione distesa, a tratti lenta, documentata ma onesta nell’evocare qualche dubbio, e naturalmente non esibisce nemmeno un’eroina tosta, sexy e audace come Erin Brockovich. Il Bilott incarnato da Ruffalo è infatti un ometto sposato con una donna/madre molto religiosa, sulle prime timoroso di sfidare quella titanica compagnia, affetto da tremori e crolli nervosi. Ma è sicuro di quanto ha scoperto: soltanto nulla discarica di Dry Run la DuPont rovesciò 6.500 tonnellate di poltiglia intrisa di Pfoa, detta “sostanza chimica eterna”.
Tumori di ogni tipo, bambini nati deformi, ad esempio con una narice sola, patologie a lento rilascio: “Cattive acque” ricostruisce per filo e per segno la diuturna battaglia di Bilott, all’inizio creduto da pochissimi e via via capace di arrivare in tv a “Sixty Minutes”, di ottenere risarcimenti vistosi, pur nel sospetto di tanta parte della cittadinanza.
Racchiuso simbolicamente tra le canzoni “Take Me Home, Country Roads” di John Denver e “I Won’t Back Down” di Johnny Cash, il film di Todd Haynes pesca dentro un incubo ad occhi aperti, muovendosi su un doppio binario emotivo squisitamente americano: la causa contro i potenti di turno che tutto negano, anche l’evidenza; lo sbriciolarsi progressivo di un’esistenza “stressata” da quella sfida impari.
Ruffalo è perfetto nel ruolo di Bilott, uomo dall’infanzia difficile sospinto dagli eventi a un crocevia da far tremare le vene e i polsi; ma il cast è pieno di partecipazioni illustri, anche solidali sul piano del tema: da Anne Hathaway a Tim Robbins, da Mare Winningham a Bill Pullman.
Nel caso qualcuno pensasse che la cosa non ci riguardi, rivolgete un pensiero all’Ilva di Taranto, all’inquinamento da amianto andato avanti per decenni, e ne riparliamo.

Michele Anselmi

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