L’angolo di Michele Anselmi 

A un certo punto echeggia questa frase: “Noi ebrei abbiamo un detto: se devi fare qualcosa di sbagliato, fallo bene”. Sembra un paradosso, invece racchiude bene un certo spirito jewish, anche applicato al diuturno, feroce, confronto/scontro con i palestinesi. Su Netflix è arrivata la quarta stagione di “Fauda”, la tosta e popolare serie israeliana che “The New York Times” ha inserito tra “i primi trenta prodotti seriali del decennio”. Le prime tre sono andate in onda nel 2016, nel 2018 e nel 2020, c’era quindi una certa attesa per questa ripresa. Ideata da Avi Issacharoff e Lior Raz, pure attore protagonista, adesso con Omri Givon alla regia, la serie propone altri dodici episodi, e debbo dire che non deludono affatto (difficile, in genere, mantenere la tensione degli inizi senza banalizzare le situazioni).
Naturalmente per apprezzare “Fauda”, che in arabo significa “caos” e nel linguaggio militare israeliano indica il momento in cui una missione sotto copertura sta andando a puttane, bisogna custodire un certo interesse per l’irrisolvibile conflitto che contrappone ebrei e palestinesi in quelle sciagurate contrade. La serie, come sa chi l’apprezza, è incentrata sulle gesta di una speciale squadra dello Shin Bet, da non confondere col Mossad: agenti sotto copertura, dai tratti arabi, capaci di parlare senza inflessioni la lingua dei palestinesi e di immergersi anche in luoghi per loro rischiosi come Gaza. Doron Kavillio, ovvero Lior Raz, è il loro capo, perlomeno lo era: tosto, tracagnotto, mal fidato, segnato da amori finiti mali e lutti devastanti, una macchina da guerra.
Qui appare dopo una ventina di minuti della prima puntata. Ritiratosi ad allevare cavalli nella sua fattoria lontana da Tel Aviv, Doron deve tornare in azione, all’inizio controvoglia, perché il suo capo, il capitano Gabi Ayub, lo vuole come guardia personale del corpo durate una missione a Bruxelles. Un infiltrato arabo tra le file di Hezbollah, un certo Omar Tawalbe, sembra psicologicamente sul punto di cedere, proprio alla vigilia di una rivelazione cruciale, Gaby vuole stargli vicino, dice di sentirlo “come un figlio”, ma accadrà qualcosa di impensabile, imprevedibile. Nel quartiere di Molenbeek, “una Gaza ammassata in dieci palazzi”, sta per partire una sanguinosa caccia all’uomo…
Sarebbe criminale fornire dettagli su una trama così densa di eventi, retroscena, sorprese, depistaggi, sospetti e tradimenti: la forza di “Fauda” sta proprio qui, nel concatenarsi rapido dei fatti, oltre che nella capacità degli autori di rendere verosimili le dinamiche psicologiche in quei posti disgraziati, dove lo Shin Bet a suo modo “collabora” con l’Autorità palestinese, specie a Jenin, pure per sventare gli attentati di Hamas contro Israele.
“Siamo sempre in guerra, ma quando arriva la tregua?”, o anche: “La vita non va data per scontata, ogni giorno è un dono ricevuto”. Sono due delle battute che ascoltiamo, dette da uomini e donne della squadra di Doron. Sono loro gli “eroi”, spesso incasinati sul piano esistenziale, ma in una cornice nella quale anche le ragioni dei palestinesi trovano accoglienza, almeno sul piano della scansione drammaturgica: condizioni di vita misere, furore che viene da lontano, pregiudizi duri a morire. Poi, certo, i cattivi di Hezbollah vanno stanati e uccisi, ma stavolta sarà ancora meno facile del solito, almeno mi pare (sono arrivato solo alla quinta puntata).
PS. Questa quarta stagione di “Fauda” è parlata come sempre in ebraico e arabo, ma anche in francese e inglese. Per questo consiglio caldamente la versione originale con sottotitoli.

Michele Anselmi