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“Òlòtūré”: quando l’horror ha le sembianze della vita reale

Rabbia. Sgomento. Paura. Empatia. Fusione tra spettatore e protagonisti di “Òlòtūré”, uscito nel 2019 e riproposto da Netflix il 20 ottobre 2020. Non è pensabile che la realtà rappresentata sia effettivamente tale, non è pensabile che si possa ancora parlare di una vera e propria tratta degli schiavi ai giorni nostri. Schiavi rappresentati da donne che vivono nel terrore e nell’incertezza del proprio destino, donne che non hanno alcun potere sulla propria vita perché questa viene gestita da persone che la quantificano monetariamente, condannandole alla violenza, ai soprusi e alla morte. Questo mondo è quello che Ehi, la giornalista interpretata da Sharon Ooja, vuole raccontare e per farlo decide di viverlo da vicino con una vera e propria ricerca sul campo. Quello che però Ehi non aveva calcolato è che quel mondo sarebbe diventato il suo perché lei stessa diventerà una di quelle donne, schiave non relegate alle piantagioni, ma, peggio, schiave del sesso, quelle che comunemente vengono chiamate “prostitute”.

Nessuno immagina il dolore celato dietro il corpo di queste donne messo in vetrina sul ciglio di una strada, ma il film di Kenneth Gyang lo svela senza mai addolcire la pillola. Ciò che lo spettatore guarda non è un documentario, non ci sono testimonianze dirette, ma la funzionalità della pellicola è simile, soprattutto perché gli attori immedesimano perfettamente i loro personaggi. Mimiche facciali, sguardi, toni di voce e gestualità forti accompagnate da una scenografia rievocativa, fanno sì che lo spettatore possa osservare con una lente di ingrandimento una delle tante storie di vita ambientate in Nigeria, ma associabili a molti altri ambienti.

L’ossimoro più evidente è dato dal sottofondo musicale afro, allegro e ritmato, che rievoca i mille colori dei vestiti tradizionali e i toni cupi dell’ambiente, così come le parrucche e i vestiti appariscenti delle ragazze si scontrano con il nero che palesa il dolore della loro anima. La sensazione che pervade lo spettatore più di ogni altra cosa è sicuramente la frustrazione, l’impossibilità di non poter far nulla per salvare anche solo una di quelle donne, l’incapacità di poter strappare via da quelle violenze quei corpi. Donne, sorelle, figlie, esseri umani a cui non rimane che lottare tra di loro per sopravvivere, perché un cliente in più è forse sinonimo di salvezza, forse è sinonimo di un sogno che si chiama Europa. “Sapete come funziona, ci saranno parecchi soldi per tutte, quindi tutto è permesso. Farete tutto ciò che gli uomini vi chiederanno”. Tutto si racchiude qui, nell’essere scambiate per una merce da baratto, un baratto tra chi ha più potere su di te e non importa se verrai drogata, stuprata e picchiata, non avrai la compassione di nessuno, neanche di chi prima di te lo ha vissuto. ma, cosa ancor peggiore, neanche la spugna più dura e resistente del mondo potrà cancellare i segni della tua intimità violata.

Cristina Quattrociocchi

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