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“Oltre la bufera”: così morì don Minzoni per mano fascista. Anteprima a Roma il 31

L’angolo di Michele Anselmi

Non ci piove: Stefano Muroni è più bello del vero don Giovanni Minzoni, ma il cinema è cinema, e quindi ci sta. Da anni l’attore/scrittore ferrarese, insieme alla moglie Valeria Luzi e al regista Marco Cassini, volevano dedicare un film alla tragica fine di quel prete “sui generis”, ucciso a bastonate dai fascisti il 23 agosto del 1923. Forse gli squadristi intendevano solo dargli una lezione, ma esagerarono, e il sacerdote, che era stato nelle trincee della Prima guerra mondiale non solo come “cappellano”, pure combattendo eroicamente, spirò qualche ora dopo, nella notte. Aveva solo 38 anni.
Ora c’è un film, “Oltre la bufera”: ha girato in qualche rassegna, è uscito in alcune città a novembre, se n’è parlato soprattutto in Emilia Romagna, e venerdì 31 gennaio sarà mostrato a Roma, al Cinema delle Provincie (ore 20.30), presenti regista e interpreti principali. Un film prodotto dalla società Controluce, nella speranza, immagino, che possa trovare una finestra televisiva, generalista o tematica. Comunque un progetto serio.
Don Minzoni è stato un uomo importante, esemplare. Di ritorno dal fronte, nel 1919, provò a ricucire i rapporti con i socialisti, sulle prime assai sospettosi nei suoi confronti, promosse la costituzione di cooperative cattoliche tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria. In ambito educativo promosse, sempre ad Argenta, il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschili e femminili.
Ma erano gli anni dello squadrismo mussoliniano, nel Ferrarese particolarmente agguerrito e feroce; sicché, malvisto dalle gerarchie ecclesiastiche perfino perché girava in bicicletta, il prete finì con lo scontrarsi con un capetto fascista locale, il maestro Augusto Maran, deciso a fargliela pagare, a sottometterlo.
Il film, notturno, un po’ docu-drama nello stile, scandito da rintocchi di chitarra elettrica per contrasto, sfodera certe tonalità da western emiliano, anche perché molto si concentra sul duello, verbale e ideale, tra il religioso e il persecutore. Tutto, anche i raid squadristi nella cittadina voluti da Italo Balbo, viene trasfigurato in una sorta di ricostruzione “simbolica”, nella prospettiva, mi parte di capire, di trasformare quel momento cruciale in una sorta di pièce teatrale che allude all’intolleranza e alla violenza a venire.
L’avvenente Muroni ogni tanto sembra l’americano Arnie Hammer con la tonaca, il sigaro, il cappello a larghe tese e gli occhiali, ma bene restituisce la dignità e il pensiero del sacerdote irregolare, vicino al suo popolo di ultimi e derelitti. Piero Cardano è l’antagonista con la cicatrice accanto all’occhio destro; frustrato e cattivo, naturalmente pure maschilista quando grida: “Nel nostro Paese è un diritto picchiare la propria moglie, specie se ha offeso il marito”.

PS. Ricordo, solo per inciso,che esiste uno sceneggiato televisivo in due puntate sulla stessa vicenda. Si chiama “Delitto di regime – Il caso Don Minzoni”, trasmesso per la prima volta dalla Rai nel 1973, per la regia di Leandro Castellani. Raoul Grassilli impersonava il prete, Antonio Salines il fascistone locale.

Michele Anselmi

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