L’angolo di Michele Anselmi

Siccome ero l’unico a non sorridere, per quanto mi sembrava fesso, penso di non aver afferrato bene l’ironia sopraffina che incarterebbe “Omicidio nel West End”, facendone un piccolo classico in bilico tra omaggio e parodia. Una battuta nel film, diretto da Tom George e scritto da Mark Chappell, recita: “È un giallo, visto uno li hai visti tutti”. Forse non è così. Lo spirito “british” o giù di lì conta, e certo la formula, con le debite variazioni, gioca su ingredienti fissi; ma, per dire, “Cena con delitto – Knives Out”, del 2019, non era solo un esercizio di stile sul genere, c’era anche buona ciccia infarinata con la nostalgia, tanto è vero che Netflix dal 23 dicembre proporrà il seguito, intitolato “Glass Onions – Knives Out 2”.
“Omicidio nel West End”, nelle sale da oggi 29 settembre con Searchlight Pictures, punta su un’arzigogolata messa in scena: split screen, cioè lo schermo diviso per due o per quattro; gli attori monologanti che si rivolgono direttamente al pubblico; le strizzatine d’occhio cinefile; il gioco allusivo tra verità e finzione.
Siamo nel 1953 a Londra, appunta nel ricco West End. Al teatro Ambassadors si festeggia la centesima replica di “Trappola per topi”, con Richard Attenborough nei panni del sergente Trotter di Scotland Yard, ma qualcosa sta per succedere. Un produttore famoso ha deciso di trarne un film, affidandone la regia a un americano finito sulla “lista nera” perché in odore di simpatie comuniste, tal Leo Köpernick, solo che lo yankee, sbevazzone e viziato, viene ritrovato col cervello spappolato proprio sul divano in palcoscenico. Chi è stato? E perché?
Non è stato mai tratto un film da “Trappola per topi”, anche perché lo spettacolo dal 1952 in poi è andato sempre ininterrottamente in scena a Londra, per circa 27 mila repliche (solo il Covid lo fermò). “Omicidio nel West End” maneggia la materia esibendo un certo humour nero, tra i colori vividi da film anni Cinquanta, immaginando che due poliziotti, l’alcolizzato ispettore Stoppard e la maldestra novellina Stalker, indaghino sotto una certa pressione politica.
A differenza di quanto fatto da Kenneth Branagh col dittico “Assassino sull’Orient-Express” e “Assassinio sul Nilo”, l’esordiente Tom George non prende sul serio lo spunto giallo, vi gira attorno in una chiave di farsa slapstick, buttandola sul buffo, per approdare a un finale “a sorpresa” proprio nella magione di Agatha Christie, mentre fuori nevica, con tutti i sospetti convocati e la luciferina padrona di casa che ha versato qualcosa nel tè…
Tutti recitano un po’ sopra le righe, immagino per aderire all’impianto tra cinico e scherzoso da commedia nella commedia. Il doppiaggio caricato non aiuta, e verrebbe voglia di ascoltare come parlano, in originale, i bravi attori anglo-americani coinvolti: da Sam Rockwell a Saoirse Ronan, da Adrian Brody a Ruth Wilson…
PS. Sui titoli di coda risuona una celebre canzone bluegrass americana: “I Saw the Light”, un gospel che fu protagonista di una memorabile puntata del “Tenente Colombo” con Johnny Cash.

Michele Anselmi