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Operazione “reboot” con Arsenio Lupin: nero e ai giorni nostri

L’angolo di Michele Anselmi 

Però non si fa così! Immagino il disappunto degli spettatori che hanno seguito i primi cinque episodi di “Lupin”, su Netflix, per ritrovarsi praticamente appesi sulla parete di una scogliera, non a caso siamo a Etretat, in attesa delle altre cinque puntate, previste per chissà quando. Intendiamoci, il finale detto “cliffhanger”, cioè sospeso, è un classico delle serie televisive, un tirante emotivo che funziona sempre, ma non bisognerebbe esagerare: però tutti lo fanno e quindi non resta che rassegnarsi.
Dovevo avere circa sedici anni: ricordo d’aver visto parecchi dei 26 episodi che formavano la fortunata serie di coproduzione europea “Arsenio Lupin”, con il francese Georges Descrières nei panni del famoso “ladro gentiluomo” inventato nel 1907 dallo scrittore Maurice Leblanc. Dato il successo, Leblanc vergò 17 romanzi più infiniti racconti, e certo il cinema e la tv hanno largamente attinto.
Ma la nuova serie prodotta dalla Gaumont e programmata da Netflix fa qualcosa di intelligente, quelli del ramo chiamano l’operazione “reboot”, cioè risuolamento. Si prende un classico pop e lo si risuola, appunto, cambiando epoca, riferimenti storici, contesti antropologici, mantenendo però un certo spirito originario. Ecco quindi il simpatico Omar Sy, il “badante” irriverente di “Quasi amici”, nel ruolo non di Arsenio (Arsène) Lupin, ma di Assane Diop, un francese contemporaneo di origine senegalese, cresciuto, grazie al padre che gli regalò il primo romanzo di Leblanc, nel culto di quel mitico personaggio della Belle Époque.
Ideata da George Kay e François Uzan, la serie è diretta in parte da Louis Leterrier, regista parigino che si è fatta le ossa a Hollywood firmando film come “Danny the Dog” e “Now You See Me”. La mano si vede, e va riconosciuto che “Lupin” (sottotitolo: “Dans l’ombre di Arsène”) maneggia la materia con notevole abilità e ovvie inverosimiglianze. In un clima da “feuilleton”, assistiamo, tra flashback e scarti temporali, affondi antirazzisti e citazioni spiritose, alla trasformazione dell’orfano quattordicenne nel fantasioso ladro internazionale esperto in camuffamenti, colpi ingegnosi, trucchi e vie di fuga. Naturalmente c’è una vendetta di mezzo, originata dalla morte mai chiarita dell’onesto padre, autista presso una facoltosa e ambigua famiglia, i Pellegrini. E anche un côté tra umano sentimentale: l’eroe ha un figlio adolescente avuto dalla biondissima Claire, con la quale non tutto è andato come lasciava prevedere…
Benché così diverso fisicamente dal modello novecentesco, ma cilindro, mantello e monocolo sono ogni tanto evocati, il nuovo Lupin nero raccoglie lo spirito della saga, in un mix di strizzatine d’occhio (un cagnolino si chiama “J’Accuse”, in omaggio a Zola) e di pubblicità manifeste (le scarpe Nike sempre inquadrate).
PS. Occhio ai nomi che di volta in volta Assane assume per mettere a punto le sue rischiose prodezze: tutti, da Louis Perenna a Paul Servine, sono ovviamente anagrammi di…

Michele Anselmi

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