L’angolo di Michele Anselmi

“Ora tocca a noi” è un titolo perfetto, da qualunque punto di vista si guardi alla vicenda politica e umana di Pio La Torre, il dirigente comunista ucciso dalla mafia a 54 anni, insieme al suo autista Rosario Di Salvo, la mattina del 30 aprile 1982, poco più di quarant’anni fa. Il film di Walter Veltroni, un documentario con alcune inserzioni recitate da attori, va in onda venerdì 16 dicembre in prima serata, attorno alle 21.15, su Raitre, dopo un passaggio alla Festa del cinema di Roma. Merita d’esser visto, non solo, credo, da chi militò nel Pci.
Lo so, in molti ironizzano sull’effervescente produzione video e cinematografica di Veltroni, e certo colpisce che l’ex ministro ai Beni culturali, nonché fondatore del Pd, riesca a fare tante cose insieme anche su questo versante (è quasi pronto il suo secondo film di finzione, “Quando”, con Neri Marcorè, tratto da un suo libro). Tuttavia “Ora tocca a noi”, sottotitolo “Storia di Pio La Torre”, è un ritratto serio, a ciglio asciutto, non particolarmente retorico, ricolmo di testimonianze, pensato da un sessantasettenne che fu dirigente del Pci e che quel partito bene conobbe per esservi cresciuto.
La frase cruciale, appunto “Ora tocca a noi”, viene ricordata da Emanuele Macaluso, nel frattempo scomparso: un altro siciliano doc. Risale al lunedì di Pasqua di quel 1982: La Torre, tornato in Sicilia a fare il segretario del Pci, salì a Roma per incontrare l’amico e compagno. Passeggiando insieme dopo pranzo, il discorso cadde sul bollente clima siciliano, sull’intreccio mortale tra mafia, politica, soldi e interessi industriali. La Torre si sentiva nel mirino dei killer mafiosi, sapeva che presto sarebbe toccato a lui e chiese a Macaluso di parlarne con il segretario Enrico Berlinguer. Questo avvenne, ma pochi giorni dopo il sicario Salvatore Cucuzza, attorno alle 9 di mattina, avrebbe fatto fuoco su quella Fiat 131, uccidendo prima il segretario regionale del Pci e poi crivellando di colpi l’autista.
Fotografie e riprese tv mostrano la gamba di La Torre, con il mocassino ancora sul piede, che fuoriesce dal finestrino dell’auto. “Una posizione strana, anche un gesto che gli assomiglia, come di chi lotta e si difende fino all’ultimo” ricorda Giuseppe Tornatore, allora solo documentarista, che fu tra i primi a vedere quel girato.
Il film parte con una lunga testimonianza del presidente Mattarella, il quale scandisce a un certo punto: “La cupola mafiosa aveva compreso quanto, per i suoi interessi, fosse pericoloso un uomo retto e coraggioso come Pio La Torre”. Così in effetti andò. I considerevoli affari economici in gioco, ben custoditi da Riina, Provenzano e Ciancimino, insomma i “corleonesi”, suggerirono di eliminare quel segretario regionale, ex sindacalista della Cgil e poi parlamentare del Pci, in una duplice prospettiva: di vendetta palermitana e di omicidio preventivo.
Lungo più di 90 minuti e prodotto da Gianluca Curti con Santo Versace, “Ora tocca a noi” intreccia interviste realizzate oggi, materiale d’archivio, testimonianze dell’epoca e, come si diceva, qualche ricostruzione con attori, a rievocare le poverissime origini contadine di Pio, la determinazione nel voler andare a scuola nella diffidenza del padre, l’arresto del 1950 e la detenzione all’Ucciardone per aver guidato la lotta popolare contro gli agrari e i loro “campieri” (avrei però contenuto un po’ l’enfasi musicale di Danilo Rea).
“La mafia ha come fine l’illecito arricchimento. Lì bisogna agire” teorizzava quell’uomo magro e tosto, il quale, pur sentendo su di sé l’alito della morte, come tanti magistrati, poliziotti e giornalisti, non mitigò la battaglia contro la mafia, il concetto stesso di “affiliazione” e gli interessi legati alla costruzione della base militare di Comiso.
Colpisce, vedendo il film, l’emozione che traspare ancora oggi dalle parole e dagli sguardi di Macaluso e di Giorgio Napolitano; fa il paio con la densa, dolente, concentrazione di Berlinguer in piedi di fronte alle bare di La Torre e Di Salvo. Due uomini buoni, come sentiamo scandire dal segretario. Anche due “morituri”. Credevano in quello che facevano e facevano quello che credevano.

Michele Anselmi