È pensabile che un film del 2016 rappresenti così fedelmente la paura del prossimo degli ultimi anni? Sì, “Orecchie” con il suo stile di commedia tragicomica è una proiezione inconsapevole nei giorni odierni. Chiunque può immedesimarsi nel protagonista senza nome dei 90 minuti in bianco e nero, ogni spettatore può vivere quel senso di alienazione e di estraneità al mondo, ognuno ha probabilmente una casa, un partner, una famiglia e un lavoro più o meno stabile. Eppure, oggi, tutti sentiamo di essere personaggi sconosciuti della nostra vita, il mondo che ci circonda ha un suono fastidioso, assordante e a tratti lancinante, proprio come quel fischio nelle orecchie del protagonista. Un suono extradiegetico che si fa sempre più udibile nel corso della narrazione, tanto da arrivare ad assordare e ovattare i pensieri dello spettatore stesso; un suono riconducibile ad un flusso di pensieri: non è il mondo a far rumore quanto piuttosto la nostra percezione dello stesso.

I primi e mezzi piani incorniciano la figura del protagonista X con l’ausilio del bianco e nero, sottolineano sguardi bassi, spalle curve, andamento lento e spaesato accentuando così la tragicità della storia, nonostante un comico inizio fantozziano. Suona la sveglia, una figura maschile si siede sul letto, un biglietto annuncia il lutto di un misterioso Luigi, suore invadenti tentano di spronare la fede del protagonista, un’anziana vicina si intrufola in casa, questo è il risveglio traumatico e l’inizio del film prodotto da Alessandro Aronadio, disponibile ora su Prime Video. Il frastuono esterno viene interrotto da un improvviso fischio nelle orecchie dell’uomo, lo spettatore non lo rileva ancora ma lo intuisce dal gesto della mano portata all’orecchio. Da questo momento in poi il protagonista X vivrà una serie di vicissitudini, tra dottori incompetenti e una madre bislacca, che esaspereranno la sua paura verso la follia del mondo. L’uomo vive una sospensione dalla realtà, sembra che nessuno lo ascolti ma allo stesso tempo è lui a non comprendere i dialoghi enigmatici e incomprensibilmente assurdi elaborati dagli altri; nessuno gli fornisce risposte soddisfacenti, nessuno colma il suo essere estraneo ed estraniante rispetto a sé stesso, tranne un morto.

“Sei Marcello?” chiede il prete di Rocco Papaleo. No, quell’uomo non è Marcello e non è neanche amico di Luigi, un uomo il cui più grande peccato era stato quello di non essersi abituato al mondo. La paura del mondo lo ha reso infelice, Luigi non aveva compreso quanto la vita fosse troppo breve per aver paura; quella morte misteriosa diventa la rinascita del protagonista di Parisi: l’uomo corre e alza lo sguardo solo dopo 1:15:39, i campi e controcampi sottolineano dei dettagli nuovi sul volto, un sorriso accennato, uno sguardo più aperto come il monologo finale che risuona nelle orecchie dello spettatore come un’autoriflessione, come un monito per quello che è stato e che non sarà più. Che sia proprio il protagonista il defunto Luigi?!

Cristina Quattrociocchi