L’angolo di Michele Anselmi

Consoliamoci con l’aglietto. Certo fa piacere che “Pinocchio” di Matteo Garrone abbia ricevuto due candidature tecniche agli Oscar per i costumi e il make-up; e che Laura Pausini, già vittoriosa ai Golden Globe, torni in gara con “Io sì”, dal film “La vita davanti a sé”, nella categoria migliore canzone originale. Infatti il ministro Dario Franceschini ha subito parlato di “una giornata felice per il cinema italiano”, inviando “un grosso in bocca al lupo” agli interessati.

Tuttavia, a essere realistici e a non farsi prendere da un certo trionfalismo cine-patriottico, è poca roba. Anche perché di nuovo “Notturno” di Gianfranco Rosi non ce l’ha fatta: qualche settimana fa era stato escluso dalla shortlist per il miglior film straniero e adesso è fuori anche dalla cinquina per il miglior documentario. Magari un motivo ci sarà, benché Raicinema continui a gridare ancora allo scandalo per il mancato premio alla Mostra di Venezia 2020.

Quanto alle statuette che contano davvero, l’annuncio delle nomination, in vista della serata di gala (con molto ritardo) del 25 aprile, fa naturalmente i conti con la pandemia e con la chiusura dei cinema, il che significa via libera ai film pensati per il piccolo schermo e lo sfruttamento in streaming. Una buona notizia salta subito agli occhi; per la prima volta, nella storia quasi centenaria dell’Academy, due donne gareggiano sul fronte della migliore regia: sono l’anglo-cinese Chloé Zhao per “Nomadland” e la britannica Emerald Fennell per “Una donna promettente”. Entrambi i titoli gareggiano anche nella categoria principale, ovvero quella per il miglior film, insieme ad altri sei concorrenti, che sono “The Father” di Florian Zeller, “Judas and the Black Messiah” di Shaka King, “Mank” di David Fincher, “Minari” di Lee Isaac Chung, “Sounf of Metal” di Darius Marder e “Il processo ai Chicago 7” di Aaaron Sorkin.

Molti di questi otto film vi diranno poco o niente, o perché del tutto inediti in Italia o perché passati solo in televisione. D’altro canto anche Hollywood ha dovuto scendere a patti con le nuove piattaforme, senza le quali, in mancanza dei cosiddetti big del grande schermo, non ci sarebbero stati candidati di un certo peso da mettere nel mazzo. Dispiace un po’ che il malinconico western “Notizie dal mondo” di Paul Greengrass, con l’ottimo Tom Hanks, non sia stato nemmeno preso in considerazione, ma è anche vero che Netflix fa già la parte del leone in questa non convenzionale edizione degli Oscar (porta il numero 93).

Un pronostico? Ho la sensazione che la statuetta per il miglior film andrà a “Nomadland”, già Leone d’oro a Venezia 2020, e non sarebbe una brutta scelta, nonostante un certo scetticismo critico (non mio) che avvolge la ballata “on the road” sui nuovi poveri americani interpretata splendidamente dalla candidata Frances McDormand.

Sempre sul versante dell’interpretazione femminile, è possibile che alla fine la spunti la britannica Carey Mulligan di “Una donna promettente”, un’altra storia di donne, questa in chiave di vendetta tra commedia e noir. Ma, nella stagione politico/culturale del movimento Black Lives Matter, potrebbe imporsi l’afroamericana Viola Davis per “Ma Rainey’s Black Bottom”, benché, a stretto rigor di logica, il vero protagonista della vicenda sia lo scomparso Chadwick Boseman, pure lui candidato e probabile vincitore sul versante maschile.

Di sicuro zio Oscar, facendo di necessità virtù o forse per sincera convinzione, ha deciso di puntare su donne, neri e asiatici, in questo assecondando il nuovo clima che si respira negli Stati Uniti dopo la fine dell’era Trump. In tal senso vedo poche speranze di affermazione per il senile, sempre straordinario, Anthony Hopkins di “The Father”, mentre, alla voce miglior attore non protagonista, avrebbe senso premiare la prova “drammatica” di Sacha Baron Cohen per “Il processo ai Chicago 7”, altro film di impronta fortemente progressista.

La categoria miglior film straniero, nella quale primeggiano il romeno “Collective” e il danese “Un altro giro”, è notoriamente una portata minore nella gran cena degli Oscar, ma certo dispiace che l’Italia non vi partecipi dai tempi di “La grande bellezza” (2014). D’altro canto, prima o poi bisognerà chiedersi se la commissione Anica che designa ogni anno i film tricolori da inviare all’Oscar sappia davvero ciò che fa.

Michele Anselmi