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Padre e figlio in fuga. Road-movie di Salvatores tra Modugno e Kusturica

L’angolo di Michele Anselmi

Gabriele Salvatores è un uomo soave e un regista versatile, in più la barba bianca che s’è fatto crescere gli sta bene, donandogli un aspetto da gran saggio. Però “Tutto il mio folle amore”, il suo nuovo film che esce giovedì 24 ottobre con 01-Raicinema dopo un passaggio fuori concorso alla Mostra di Venezia, non mi pare una riuscita, benché abbia molti estimatori.
Un merito però bisogna riconoscerlo: aver riproposto una splendida canzone del 1971, quel “Vincent” di Don McLean, facendone il carezzevole leit-motiv musicale. Il Vincent in questione era Van Gogh, ma Salvatores applica il contrasto tra la bellezza delle sue tele e l’ottusità dei suoi contemporanei alla malattia, l’autismo, di cui soffre sullo schermo il sedicenne Vincent, protagonista della storia liberamente desunta dal romanzo di Fulvio Ervas “Se ti abbraccio non aver paura” (Marcos y Marcos, 2012).
Se sulla pagina scritta scorre il vero viaggio americano di un padre e un figlio, Franco e Andrea Antonello, il film si distacca dalla realtà e trasporta l’avventura picaresca tra i paesaggi brulli della Slovenia e della Crozia. Siamo in zona Kusturica e Salvatores non teme di evocare, con citazioni affettuose e dirette, il mondo poetico/gitano del regista serbo-bosniaco: tra poppute ragazze del circo, ex soldati depressi, tristi sale da ballo in stile anni Cinquanta, hotel per ricchi, canzoni italiane d’antan (il titolo, “Tutto il mio folle amore”, viene da un verso della struggente canzone “Cosa sono le nuvole”, musica di Modugno, testo di Pasolini).
Non a caso Claudio Santamaria incarna Willi, “il Modugno della Dalmazia”, un cantante di feste e matrimoni che sbarca il lunario conciato come il celebre Mimmo. L’uomo è un irregolare, pure un irresponsabile; infatti sedici anni prima abbandonò incinta la bella Elena, ossia Valeria Golino, la quale ha tirato su da sola il piccolo Vincent, rivelatosi presto “strano”. Oggi lei vive in Friuli Venezia Giulia col facoltoso editore Mario, cioè Diego Abatantuono, il quale ha adottato volentieri il ragazzo, nonostante le intemperanze. Solo che Vincent, bello, innocente, inafferrabile, s’è nascosto nel fuori strada di Willi e a quel punto la scappatella si trasformerà in una fuga senza meta, anche mentale, di reciproca scoperta. Mentre Elena e Mario, preoccupati, si mettono a loro volta all’inseguimento.
Il tutto in una chiave da road-movie tra buffo e sentimentale, ricolmo di canzoni, troppe come sempre, e di riferimenti espliciti alle traversie dei migranti in fuga dalle guerre (Umberto Contarello e Sara Mosetti firmano il copione).
Il quasi settantenne Salvatores fa un cinema di piglio generazionale, lineare con qualche accensione d’autore, nelle ambizioni un po’ rock, nel quale, tra una citazione da Cheever e una da Poe, un omaggio a “La forma dell’acqua” e uno a “Rain Man”, rispecchia – si direbbe – il tema privatissimo della paternità mancata. Dopo il dittico sul “Ragazzo invisibile”, ecco infatti un altro adolescente “difficile”, che sovverte l’ordine delle cose, anche se l’esordiente Giulio Pranno nel ruolo di Vincent esagera nell’esuberanza. La morale? Sta sulla scritta sui titoli di testa, in una frase attribuita ad Albert Eistein: “La struttura alare del calabrone non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”.

Michele Anselmi

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