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“Pantani”, un documentario rende giustizia alle imprese sportive del Pirata

46 Vittorie. Bronzo ai Mondiali nel 1995. Doppietta Giro-Tour nel 1998. Podio sull’Alpe d’Huez. Forse troppo per un professionista cresciuto con la passione per il ciclismo, che da piccolo si divertiva a smontare e montare le biciclette? Per uno scalatore, che aveva riportato il ciclismo italiano ai fasti di Coppi? Per un peso piuma, alto 1.75 per 50 kg, che aveva osato sconfiggere e ridicolizzare il gigante imbattibile Indurain, Maglia Gialla per ben cinque volte consecutive?

Venerato come un dio dal pubblico sportivo e non, Marco Pantani era diventato così famoso per le sue vittorie pulite, eroiche e coinvolgenti (chi non ricorda le dirette televisive con l’euforico popolo del ciclismo che applaudiva, trionfante ed estasiato, il passaggio dell’atleta?) da rivitalizzare le gare ciclistiche, soprattutto le tappe di montagna (memorabile la scalata nel 1994 sul Montirolo che gli valse il podio relegando al terzo posto lo spagnolo Indurain), ma da annoiare e da infastidire il sistema, che stava già preparando la “scalata” ad un altro sportivo. Pantani fu schiavo e strumento del sistema? Vittima del doping di Stato? O, tragicamente, punito per la sua tracotanza dalle divine cime che aveva osato scalare? Il documentario “Pantani”, diretto da James Erskine e prodotto da News Black Films, con le immagini di reportage, le testimonianze di ciclisti, come Berzin, e le interviste alla mamma e al papà del Pirata, indaga delicatamente sulla vita dello sportivo di Cesenatico, cresciuto con la passione per il ciclismo pulito della coppia Bartali-Coppi, e, mostrando che la sua storia non doveva diventare una favola, che l’umano Marco Pantani non doveva essere eretto a divinità, portato in trionfo come un Console romano, sistema i fatti storici: li rimette nel giusto posto ridando dignità ad un ciclista amato dal suo popolo, sportivo e non, per la sua purezza, solarità e passionalità romagnole.

“Pantani” è un documentario che svolge una duplice funzione: non è solo un affresco giustamente pacificatore sulla figura di Pantani, icona del ciclismo internazionale per i suoi scatti e per le sue vittorie conquistate come un guerriero appassionato, come un Pirata, ma un reportage sulla storia del ciclismo, in particolare, sul decadentismo di uno sport che, a partire dal 1980, aveva perso il suo fascino con l’introduzione di elementi scientifici allontanandolo definitivamente dall’immagine collettiva di uno sport faticoso e riservato ai veri guerrieri, che con spirito di abnegazione conseguono la vittoria solo con la “boccia d’acqua”. Non più associato ai visi stremati e tronfi di sudore, come quelli di Coppi e di Bartali, ma vittima e strumento di doping di Stato. Cornice del documentario, mostrata nella parte iniziale e finale, è l’intervista che Marco Pantani ha rilasciato nel 2003, in cui il Pirata rivela di aver subito delle pressioni e delle umiliazioni.

Infine, nel racconto filmico si può anche considerare la montagna come un’attante antagonista, maestosa, imperiale, pura ed incontaminata con le sue cime, mostrate in panoramiche che le rendono divine, inattaccabili, inconquistabili. Come un giudice sportivo, la montagna decreta la nascita di un puro talento, ma, a volte, punisce la hybris di epici scalatori.

Alessandra Alfonsi

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