“In un mondo in cui i bambini piangono, ridere può essere solo crudele”.

A dieci anni dall’inizio della guerra in Siria dove tanti sono i bambini che piangono soli, “Paper lives” – disponibile su Netflix dal 12 marzo – sembra essere un messaggio di speranza contro il dolore. Ma non è così. Il film turco del regista Can Ulkay è infatti un inganno della mente del protagonista Mehmet, un uomo e ancor prima un bambino abbandonato dalla madre per trovare salvezza dalle grinfie del patrigno violento. Il film si apre con uno spaccato di realtà tra la Istanbul ricca e quella povera, contrassegnata dalle tonalità di colore blu e rosso che assumono una connotazione negativa tramite l’ausilio di luci bianche fredde. Le luci del lusso, dunque, contrastano fortemente con la durezza della povertà, la protagonista della vita di Mehmet, un uomo diviso tra la sua casa dismessa e un vecchio magazzino in cui racimola cartoni e materiali di riciclo insieme ai ragazzi del suo quartiere. La sua vita è contrassegnata dal dolore fisico, a causa di una malattia ai reni, e quello psicologico dovuto all’abbandono anche se questo non comprometterà la sua generosità verso il prossimo. Questa sua caratteristica lo porterà in un viaggio introspettivo della durata di circa 90’ in cui l’uomo si propone di aiutare il piccolo Alì, un bambino abbandonato dalla madre come lo era stato lui.

“Devo salvare la mamma dal mio patrigno”, un pugno nello stomaco per Mehmet, un ritorno al passato, ricordi che affiorano e una fotografia osservata ma mai mostrata allo spettatore se non alla fine. Le luci dell’inquadratura si fanno più chiare solo nei piani catturati dal sorriso di un bambino che trova un’ancora di salvezza: Mehmet vuole aiutare Alì nel suo intento nonostante lo scetticismo di tutti, “Dove sono le madri di tutti questi bambini? Quale madre abbandonerebbe il proprio figlio per proteggerlo?”. Sin dalla formulazione di tali domande è possibile comprendere come “Paper lives” sia l’esplicazione di qualcosa di vero, di attinente alla realtà e riconducibile a tanti contesti quotidiani come quello di una madre siriana disperata che vede nella fuga in mare l’unica via di salvezza. I colori complementari che circondano le mura della casa di Mehmet parlano di un conflitto interno finalmente espresso solo a ventisei minuti dalla fine: l’uomo ritorna bambino, il suo nome è Mehmet Alì. Il bambino scompare e l’uomo lo cerca spasmodicamente fino a che raggiunge una casa: entrare in quella porta vuol dire salire una rampa di scale in cui ogni gradino rappresenta un livello di sofferenza maggiore, entrare in quella casa vuol dire rivivere un passato mostrato con l’uso dei piani sovrapposti tra il flashback e il volto tumefatto di Mehmet Alì. Non esiste alcun bambino, Mehmet ha tentato di proteggere il bambino che è stato e la sua mamma che lo ha salvato. “Paper lives” è gioco beffardo della mente prima che la realtà infierisca il suo colpo fatale.

Cristina Quattrociocchi