L’angolo di Michele Anselmi

Bisogna sapere due cose su “Parigi, tutto in una notte”, il film di Catherine Corsini che esce giovedì il 10 marzo con Academy Two. 1) Valeria Bruni Tedeschi non ha voluto doppiarsi nella versione italiana, sicché la sua voce così inconfondibile, che fa tutt’uno col viso e il corpo, appartiene alla doppiatrice Tiziana Avarista, che prova a imitare quel timbro ma insomma si sente. 2) Anche se il manifesto allude a una commedia romantica, con tanto di Tour Eiffel sullo sfondo, trattasi di storia dura e tesa, di forte impronta sociale e politica, tutta ambientata dentro uno sgangherato Pronto soccorso parigino mentre all’esterno gli scontri tra “gilet gialli” e poliziotti stanno mandando la tensione alle stelle.
Il titolo originale, “La fracture”, restituisce molto meglio il senso della vicenda: perché la parolina ha un duplice significato, riferendosi a una frattura ossea in senso stretto e a una frattura sociale che permea l’intreccio degli eventi quasi in tempo reale, appunto “tutto in una notte”.
Alla base c’è un’esperienza autobiografica che la regista, di origine italiana, ha vissuto nel 2018, risvegliandosi dopo uno svenimento all’ospedale Lariboisière di Parigi. Quell’esperienza, un po’ da girone infernale, ben diversa dalle situazioni mutuate dalle serie tv americane, confluisce ora in questa storia corale, cucita attorno a un incontro inatteso, imprevedibile.
Raf e Julie, ovvero Valeria Bruni Tedeschi e Marina Foïs, sono una coppia lesbica sull’orlo della rottura. Anzi hanno già rotto, dopo un risveglio litigioso e folle, solo che Raf inciampa per strada, si rompe malamente il gomito destro e si ritrova al Pronto soccorso accanto a un rabbioso “gilet giallo”, tal Yann, ovvero Pio Marmaï, venuto dalla provincia per manifestare contro l’odiato Macron. Lei è una disegnatrice un po’ “radical-chic” e benestante; lui è un camionista sfruttato e incazzato, costretto a vivere con la madre per risparmiare. All’inizio sono scintille tra i due, nella migliore tradizione dello scontro di classe; ma una strana simpatia, sia pure nella diversità dei mondi d’appartenenza, si fa strada nel corso di quella notte, mentre tutto volge al peggio. Un’infermiera stressata, pure col figlio febbricitante, viene quasi sequestrata da uno sciroccato furente; mancano le medicine e il personale medico è allo stremo; i poliziotti vogliono irrompere nel reparto alla caccia dei “gilet gialli” feriti durante gli scontri, pure a rischio segnalazione ospedaliera.
Girato tra notevoli misure di sicurezza durante il secondo lockdown, il film trova nella progressiva tensione il suo punto di forza. Ti sembra quasi di stare sulla barella in quell’ambiente scrostato, saturo di sofferenza, rassegnazione, rabbia e miseria; e intanto si precisa il punto di vista di questo “trattatello di antropologia” legato alla bollente situazione francese, con conseguente rovesciamento di parecchi luoghi comuni (specie sui “gilet gialli”).
Se Valeria Bruni Tedeschi, qui non più bionda, ricalca la nevrosi a fior di pelle di tanti suoi personaggi, tra affondi buffi, duetti stereotipati e atteggiamenti da viziata, gli altri interpreti coinvolti, inclusa la vera infermiera Aïssatou Diallo Sagna, aderiscono al clima generale del film. Girato con nervosa macchina a spalla, a luce naturale, senza musica, con piglio finto-documentaristico. “Volevo catturare il cuore pulsante dell’ospedale, dove sappiamo che qualsiasi cosa può succedere nel giro di pochi minuti” ha spiegato Catherine Corsini. Così è.

Michele Anselmi