Dei 21 film in Concorso quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia, solo due vedono il coinvolgimento di una regista. Si tratta della danese May el-Toukhy, con “Woman Unknown”, e dell’israeliana Rachel Szor, che firma una co-regia (con Yuval Abraham) per il documentario “Naza”. Una composizione che ha scatenato non poche polemiche.

Si è tenuto l’8 settembre, al Lido, il seminario annuale sulla Parità di Genere e l’Inclusione nell’industria cinematografica: un appuntamento che si inserisce perfettamente nel dibattito in atto in questi giorni. Curato dalla Biennale di Venezia, in collaborazione con Eurimages e Women in Film, Television & Media Italia, si propone di analizzare, con dati alla mano, l’evoluzione della rappresentazione femminile negli anni all’interno del settore audiovisivo.
Quali sono i dati dell’attuale edizione della kermesse? È certo che, nella sezione Concorso, il numero di registe sia decisamente esiguo (corrisponde al 9% del totale). Ma, come tiene a sottolineare il direttore generale Andrea Del Mercato, la percentuale di regie femminili aumenta nel caso della sezione Orizzonti (40%) e nei cortometraggi (50%). La parità di genere, se non una maggioranza femminile, si raggiunge invece in altre aree del festival: nel team di selezione dei contenuti, nella giuria e negli accreditati.

Per avere un quadro completo, è opportuno chiedersi cosa accada a livello europeo. Secondo l’Osservatorio Audiovisivo dell’UE, le donne corrispondono al 26% dei registi di opere audiovisive. Enrico Vannucci di Eurimages, fondo di finanziamento europeo per il cinema, evidenzia come in alcuni Paesi la situazione sia migliore rispetto ad altri. In Svezia e Spagna le percentuali di registe sono più alte, mentre l’Italia si colloca sotto la media europea. In generale, la presenza delle donne varia a seconda del ruolo professionale, con un divario più marcato in alcuni settori tecnici.

In Italia le opere a guida femminile sono aumentate negli ultimi dieci anni, soprattutto grazie all’effetto della Legge Cinema (220/2016), che introduce, per la prima volta nel nostro Paese, meccanismi volti ad incrementare la parità del genere nel settore. Lo sostengono Rossella Gaudio (rappresentante del Ministero della Cultura) e la professoressa Maria Grazia Fanchi (Università La Cattolica). Una crescita positiva, che però è meno forte nell’ultimo biennio. Le registe tendono a dirigere più film a basso budget, rispetto alle grandi produzioni, e sono maggiormente attive nel genere documentario. Quando una donna è posta a capo di un reparto, inoltre, aumenta la parità di genere all’interno del reparto stesso.

La verità è che un cambiamento tale richiede tempo per essere attuato, molto più di un solo decennio. Domizia De Rosa e Gloria Puppi, dell’associazione Women in Film, Television & Media Italia, ricordano come solo dal 2014 sia iniziato il percorso di presa di consapevolezza del problema. Inizialmente con le ricerche, che hanno portato l’argomento all’attenzione pubblica, poi con i primi interventi legislativi. Ad accelerare il processo ha contribuito anche il movimento #MeToo, che ha sottolineato le diseguaglianze di genere negli ambienti di lavoro audiovisivi. Il 2018 segna una svolta importante, ovvero la firma della Carta 50/50 by 2020, con la quale i festival cinematografici si impegnano formalmente a raggiungere la parità di genere entro il 2020. Una finestra di tempo troppo ridotta, che non ha infatti portato ai risultati sperati. Occorre guardare più in là, lavorando costantemente per mantenere la tendenza in crescita positiva. Per arrivare, magari in un 2040, in cui non ci sarà più bisogno di discutere di parità di genere ed inclusione, perché verranno ormai date per scontate.

Martina Genovese