La mostra di Michele Anselmi | 18

Alla fine dei giochi l’unica domanda che tutti noi cinescribi dovremmo porci è quella ben sintetizzata da Fabio Ferzetti: “Per chi scriviamo e perché?”. Già. Passa oggi in sala Perla, come evento speciale congiunto Sic-Mostra, il documentario “Passione critica”, firmato da Simone Isola, Franco Montini e Patrizia Pistagnesi. Dura sessanta minuti, nasce da un’idea di Cristiana Paternò, attuale presidente del Sindacato critici (Sncci), con l’ambizione di offrire uno sguardo sullo stato delle cose in materia di critica cinematografica e dintorni.

La domanda suddetta non trova risposta nelle testimonianze e negli spezzoni d’archivio, d’altronde la questione si prospetta di ardua soluzione. Ho la sensazione che i 350 critici oggi iscritti all’illustre sindacato di categoria, nato nel 1971 dalla scissione voluta da Lino Micciché rispetto al Sindacato giornalisti di cinema (non ho mai aderito a nessuno dei due), siano divisi più di ieri, mi riferisco ai tempi delle forsennate mobilitazioni, tra estetica e ideologia, contro la Mostra di Venezia; di sicuro, al di là di convinzioni e teorie, erudizione e scioltezza, pochi paiono disponibili a mettersi in gioco, magari chiedendosi: “Sono proprio sicuro di scrivere per farmi leggere?”.

“Passione critica” parte con un giovane e indisponente Carmelo Bene che ironizza: “Nessuno bambino, alla domanda su cosa vuole fare da grande, risponderebbe: il critico cinematografico”. Vabbè. Per fortuna, nell’epilogo, Marco Bellocchio sembra replicargli: “Il grande critico è qualcuno che scopre nel tuo film qualcosa a cui non avevi pensato. A suo modo può essere anche un artista”.

In mezzo c’è una vivace schermaglia culturale che i tre autori rievocano un po’ celebrando il sindacato e un po’ l’annessa Settimana della critica. S’intende che la crisi dei giornali di carta e delle riviste storiche ha aperto una sterminata prateria “social” nella quale scorrazzano i nuovi recensori arrabbiati e umorali, teorici della stroncatura colorita o della partigianeria accanita. Poi, certo, ce ne sono di bravi. Ma i registi sembrano non conoscerli, nostalgici come sono della vecchia, buona, recensione cartacea. Se Paolo Virzì e Daniele Vicari non fanno nomi, Pupi Avati rimpiange Tullio Kezich che gli fece capire il suo “Impiegati” (?), mentre Marco Bellocchio ricorda l’apprensione con la quale attendeva i giudizi di Ugo Casiraghi, Giovanni Grazzini, Stefano Reggiani, Callisto Cosulich e Morando Morandini. Giusto, solo che sono tutti morti. Eppure sono in circolazione critici di varia età, forse meno autorevoli e temuti di quei giganti del passato: perché non fare i conti con ciò che passa il convento?

Da Bruno Torri a Pedro Armocida, da Piera Detassis a Silvana Silvestri, da Francesco Di Pace a Paolo Mereghetti, da Raffaele Meale ad Alberto Anile, sono in tanti a parlare, offrendo i loro pareri e ricapitolando fatti e polemiche. Poi, a parte, c’è Adriano Aprà, che fa un po’ il guru e dà le pagelle: stabilisce la differenza sostanziale tra “critici giornalisti” (quasi tutti) e “critici critici” (cioè lui), aggiungendo che il vero critico dovrebbe “smettere di scrivere recensioni e farsi docente, maestro, bussola”.

Resta, sollevato qua e là, una faccenda non da poco: possono essere amici, e fino a che punto, critici e autori? Probabilmente bisogna archiviare il legame cordiale, di stima reciproca, che ci fu tra Kezich e Fellini; ma dispiace un po’ ascoltare lo scomparso Carlo Vanzina che bofonchia: “La verità? Io i critici non me li cago proprio” (però poi se il film andava commercialmente male era tutta colpa della critica retrograda).

Michele Anselmi

Nella foto che correda la recensione di “Passione critica”: Tullio Kezich, Franco Montini, Piero Spila, Lino Micciché e Giovanni Grazzini.