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Pavarotti come non l’avete mai visto (forse): Ron Howard propone un ritratto affettuoso ma non agiografico

La Festa di Michele Anselmi | 2

Luciano Pavarotti come, forse, non l’avete mai visto. È quello che esce dal documentario, affettuoso ma non agiografico, che Ron Howard ha dedicato al popolare tenore morto nel 2007, all’età di 71 anni, a causa di un tumore al pancreas. L’ex attore di “Happy Days”, poi cineasta versatile e di valore, dice una cosa giusta presentando il suo film, accolto nella selezione ufficiale della Festa di Roma: “Luciano era orgoglioso dei suoi successi e sapeva di possedere un formidabile potere, tuttavia custodiva un senso di soggezione verso la musica e la possibilità di raggiungere persone di ogni condizione”. Che fosse a suo modo umile? Pare di sì.
“Pavarotti” è un film che può piacere anche a chi non nutre un culto particolare nei confronti di “big Luciano”. Perché il regista di “Apollo 13” costruisce un ritratto che asseconda le tappe biografiche, dall’infanzia alla maturità, nel contempo mostrando pregi e incespichi dell’artista, pure dell’uomo, in un mix che cattura, nonostante le quasi due ore di durata. Certo, i filmati inediti, le immagini rare e le interviste con i familiari contribuiscono ad allargare lo sguardo sul cosiddetto “tenore del popolo”, a mitigare la retorica del mitico “do di petto” in favore di uno sguardo più sensibile e controverso.
Si parte dal 1995, quando, nel cuore dell’Amazzonia, un Pavarotti ancora in gran spolvero si fa filmare mentre canta in un sontuoso teatro nel quale, tanti anni prima, si era esibito pure Caruso. L’omaggio è gentile, non protervo, e da lì si dipana il viaggio nella musica e nella vita dell’illustre modenese. Con rispetto ma senza genuflessioni, Howard inanella episodi poco noti (magari poco noti a me che non sono del ramo) e testimonianze curiose, dal debutto nel 1961 con “La Bohème” al trionfo internazionale al Covent Garden in sostituzione del collega malato Giuseppe Di Stefano.
Da subito s’impongono il timbro unico e il fraseggio elegante del tenore; una forte presenza fisica, mista al sorriso aperto e all’atteggiamento irriverente da “monello”, fanno il resto, trasformando Pavarotti in un’icona planetaria del canto italiano.
Racchiuso tra due frammenti di un’intervista “privata” girata dalla seconda moglie Nicoletta Mantovani, il film scandisce trionfi indiscussi e piccole sconfitte, e se il versante sentimentale è affidato ai ricordi delle figlie e delle moglie, gli episodi più gustosi vengono dalle confessioni di manager, colleghi e collaboratori, tra i quali la cantante/segretaria Madelyn Renée conosciuta alla Julliard School.
Non manca Bono che rievoca la collaborazione con gli U2 “estorta” dal tenore italiane con affettuosa invadenza, e naturalmente il film si dilunga sull’esperienza ultrapop dei “Tre tenori”, cioè Pavarotti, Carreras & Domingo, cominciata nel 1990 a Caracalla (nel pubblico osannante si intravvede anche Monica Vitti).
C’è il Pavarotti dei camicioni sgargianti, della barba e dei capelli tinti di nero corvino, del fazzoletto bianco sempre in mano sul palco; ma anche il Pavarotti di una certa malinconia esistenziale che traspare nel momento dell’applauso scrosciante; per non dire delle iniziative filantropiche, tante, in ogni parte del mondo, quasi a restituire per buone cause un po’ dell’immensa quantità di denaro guadagnata in 45 anni di carriera.
“Ho portato la lirica alle masse” gli piaceva dire; a suo modo, in effetti, Pavarotti è stato anche una pop-star. Il film sarà nelle sale con Nexo Digital dal 28 al 30 ottobre.

Michele Anselmi

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