L’angolo di Michele Anselmi

Un’amica mi fa: “Cosa c’è da vedere al cinema in questo week-end lungo?”. Non ho dubbi: “Madres paralelas” di Pedro Almodóvar. So che alcuni illustri colleghi, poco meno di due mesi fa a Venezia, hanno storto il naso di fronte alla struttura drammaturgica del film, per l’accostamento di storie che sembrerebbero non stare insieme; invece io lo trovo riuscito proprio per le suggestioni che intreccia e lo stile che adotta. Tanto più, confesso, alla luce di quel becero raduno madrileno di “Vox”, partito di estrema destra con nostalgie franchiste, al quale ha partecipato Giorgia Meloni l’11 ottobre scorso.
Nelle sale da giovedì 28 ottobre con Warner Bros, il film si apre con una scritta dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano. Dice: “Per quanto la brucino, per quanto la spezzino, per quanto la falsifichino, la storia umana si rifiuta di stare zitta”. Ci si augura che sia vero. Di sicuro la pensa così Almodóvar in questo suo film complesso e insinuante, a suo modo un mélo, ma inserito più di altre volte in un discorso sugli antenati e i discendenti, sul passato storico e le amnesie che lo zavorrano.
Anche se si parte dall’inverno del 2016, per arrivare a tre anni dopo, diciamo alla vigilia del Covid, è il franchismo il fantasma che agita la coscienza di una delle due “madri parallele”. Fotografa ammirata e donna spavalda, la quarantenne Janis è sicura che i resti del suo bisnonno giacciano sottoterra, in una fossa comune in aperta campagna, dove fu l’uomo ucciso dai “falangisti” di Franco nei primi giorni della guerra civile (1936-1939). Ma servono soldi pubblici per scavare e solo un amico, Arturo, può aiutarla a compiere la nobile missione. I due finiscono a letto e così ritroviamo Janis con il pancione a un passo dal parto. Nella stanza dell’ospedale c’è un’altra partoriente, la giovanissima Ana: magra, traumatizzata, irrisolta. Nascono due bambine, e intanto le puerpere, benché così diverse, sembrano stringere un caldo patto d’amicizia, anche se il destino si sta preparando a complicare non poco le loro esistenze, tragicamente.
Il regista iberico costruisce la sua fitta trama su una serie di colpi di scena, uno dei quali legato a un classico del cinema che più classico non si può; tuttavia sarebbe criminale rovinare la sorpresa agli spettatori raccontando oltre. Quindi mi fermo qui.
A quasi tre anni dall’autobiografico “Dolor y gloria”, Almodóvar firma un film bello e toccante che mette insieme con una certa audacia due temi a lui cari: la triste eredità della dittatura, spesso rimossa nella Spagna odierna, e la qualità umana delle madri, anche quando appaiono imperfette o contraddittorie. A dire la verità le “madres” qui sono tre, perché c’è pure Teresa, la quasi cinquantenne mamma di Ana, un’attrice egoista e del tutto priva di istinto materno.
Fotografato da José Luis Alcaine su una tavolozza cromatica che punta sul rosso e il verde, il film usa le musiche di Alberto Iglesias in una chiave un po’ anni Cinquanta; il tutto inserito però in una dimensione realistica, a tratti anche buffa, tra tentazioni lesbiche, test del Dna e famiglie allargate, che prepara il finale liberatorio evocato dall’incipit. E qui si spiega meglio la frase di Galeano.
“Madres paralelas” conferma il talento di Almodóvar nel sapersi muovere tra formalismo estetico e sostanza carnale, tra commedia e tragedia, tra metafora e concretezza. In questo assecondato da una vibrante Penélope Cruz, premiata a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di Janis (il nome del personaggio viene proprio dalla cantante rock-blues americana); mentre Ana è incarnata dall’attrice-rivelazione Milena Smit, precisa nel dare corpo e umori a quell’adolescente ignara della storia e forse alla ricerca di una vera madre. Israel Elejade e Aitana Sánchez Gijón, che interpretano Arturo e Teresa, completano il quadro, con Rossy de Palma a fare la ciliegina sulla torta nel ruolo della direttrice di una rivista patinata, s’intende lesbica.
PS. Il film è stato doppiato bene, ma certo se lo trovate in lingua originale con i sottotitoli è meglio. Spero che la Warner ci pensi.

Michele Anselmi