L’angolo di Michele Anselmi

Il caso ha voluto che io abbia rivisto in rapida successione, a distanza di un giorno l’uno dall’altro, “Heat – La sfida” (Netflix) e “Miami Vice” (Sky). Ci sono poco più di dieci anni tra i due, essendo il primo del 1995 e il secondo del 2006, ma entrambi bene sintetizzano il cinema di Michael Mann, specie sul versante poliziesco. Il regista di Chicago, oggi ottantenne, non ha girato molti film nella sua carriera, appena dodici, tra essi ci sono autentici capolavori, almeno per me, come “Strade violente”, “Manhunter – Frammenti di un omicidio”, “L’ultimo dei Mohicani”, “Insider – Dietro la verità”, certamente “Heat – La sfida”, forse il suo più grande successo commerciale. Ma mi piacque tanto, da giovane critico, il suo esordio alla regia con un film televisivo, poi uscito nelle sale, intitolato “Jericho Mile”: era il 1979, aveva per protagonista Peter Strauss, il militare biondino di “Soldato blu”.
Mann è un cineasta potente, anche ottimo sceneggiatore, dotato di una vena romantica che fa tutt’uno con una ricerca estetica quasi sperimentale, di intensa stilizzazione, e uno sguardo etico più complesso di quanto possa apparire a prima vista. Poliziotti e criminali sono visti, spesso, come facce della stessa medaglia, uomini intrappolati in destini che li spingono a combattersi l’un l’altro anche quando forse non vorrebbero; i personaggi femminili risultano sempre interessanti, mai banali, anzi felicemente sfaccettati, in bilico tra orgoglio e fragilità, sesso e sentimento. E poi: le distese d’acqua marina a fare da sfondo, le luci bluastre, le ampie vetrate e i panorami notturni, le sparatorie indiavolate (così realistiche) che ti fanno quasi sentire in mezzo al crepitare dei colpi, l’uso della musica elettronica come ansiogeno tappeto sonoro.
Anche gli attori, con lui, recitano meglio: penso, per restare a quei due film appena rivisti, agli antagonisti Robert De Niro e Al Pacino in “Heat – La sfida”, ai poliziotti Colin Farrell e Jamie Foxx in “Miami Vice”; e che dire di Gong Li che imparò l’inglese per “Miami Vice”, spogliandosi sullo schermo e liberandosi da una certa iconografia da cinema cinese d’autore, o di Amy Brenneman che in “Heat -La sfida” disegnò il ritratto toccante di una giovane single tentata da una fuga impossibile col laconico rapinatore innamorato?
So che Mann gode di inscalfibile e forsennato culto cinefilo, in buona misura giustificato dal suo stile unico, subito riconoscibile eppure inimitabile, che utilizza gli stilemi del romanzo criminale per trascendere i limiti del genere stesso, rendendo sempre la storia più ricca e densa sul piano dei dilemmi esistenziali.
Per questo, con tutto il rispetto, “Ferrari” mi pare tutt’ora una mezza delusione. Il film sul “Drake” forse è rimasto troppi anni nel cassetto, sempre ritoccato e procrastinato; o forse è una storia così italiana, pur nella dimensione internazionale del marchio “cavallino rampante”, da risultare al sottoscritto poco digeribile in quella prospettiva hollywoodiana, da riprese in inglese, colore locale e facce per nulla emiliane.
Non so se augurarmi che Mann giri, come annunciato, un nuovo “Heat”, sulla scorta di un romanzo da lui scritto anni fa insieme a una sceneggiatrice: un po’ antefatto e un po’ seguito degli eventi narrati in quel film a suo modo perfetto, così squisitamente e tragicamente americano. Ma sono certo che, in ogni caso, non ci farà rimpiangere il rombo, le corse e gli amori di “Ferrari”.

Michele Anselmi