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“Pepe” Mujica, il tupamaro che diventò presidente. Kusturica un po’ agiografico

L’angolo di Michele Anselmi

Bisognerebbe vedere il documentario “Pepe Mujica. Una vita suprema” di Emir Kusturica subito dopo “Una notte di 12 anni” di Álvaro Brechner. O subito prima. L’uno si lega all’altro, direi in una maniera quasi indissolubile.
Una premessa necessaria. “Voi non siete detenuti, siete ostaggi: e vi faremo impazzire” promise l’ufficiale del governo golpista, guidato da Juan María Bordeberry, nel tirarli fuori nottetempo dalla prigione per farli di fatto scomparire. Il tutto avvenne tra il 1973 e il 1985. I tre tupamaros si chiamavano José “Pepe” Mujica, Mauricio Rosencof ed Eleuterio Fernández Huidobro. Con il ritorno della democrazia sarebbero diventati, parecchio tempo dopo, rispettivamente il presidente dell’Uruguay (a 75 anni), uno scrittore e poeta di fama, un senatore e ministro della Difesa.
Nel documentario del regista serbo-bosniaco si vedono tutti e tre, da vecchi, e ti chiedi come possano essere sopravvissuti all’inferno di botte, privazioni e umiliazioni al quale furono sottoposti; anche se poi è Mujica l’eroe del racconto, colto tra il 2014, poco prima che terminasse il suo mandato come presidente, e stagioni più recenti. Oggi “Pepe” ha 84 anni, è un po’ malconcio fisicamente, ma continua a guidare il trattore nella sua fattoria, porta a spasso il cane e si prende cura dei fiori. Un leader a suo modo titanico, oltre che carismatico; già guerrigliero marxista-leninista dedito a rapine e rapimenti, ma anche riformatore sagace, tra “filosofo” e poeta, oltre che gran politico venerato dal popolo che lo elesse.
“In America Latina non ci sono soluzioni, c’è solo la ricerca” teorizza a un certo punto, quasi a dirci che anche il miracolo uruguayano va messo alla prova, non va dato per scontato, soprattutto se si vuole temperare l’avidità del capitalismo con le risorse della democrazia.
Sguardo vivace, baffetti e una gran massa di capelli bianchi, Mujica fa da subito simpatia, e certo Kusturica, mettendosi un po’ troppo in mezzo nelle riprese con una punta di consueto narcisismo, lo ritrae come uno di quei “sognatori pragmatici” che tutti vorremmo avere come papà.
A partire dall’uso di quel vecchio “maggiolino” celeste del 1978, quasi a scombinare il cerimoniale presidenziale, Mujica ha saputo subito farsi amare dagli uruguayani, non so quanto dai militari, dagli industriali e dai borghesi; e il film, abbastanza agiografico ma anche coinvolgente, lo ritrae davvero come un rivoluzionario dal volto umano, umanissimo. Metodico nel prepararsi il “mate”, fedele alla compagna di una vita Lucía Topolansky, teorica di uno stile di vita quasi francescano. “Non me ne sto andando, sto arrivando” disse l’ultimo giorno della sua presidenza, in piazza, di fronte al popolo osannante, rovesciando per l’ennesima volta l’etichetta.
Da spettatore, però, avrei desiderato che il documentario, passato anche alla Mostra di Venezia 2019, facesse capire meglio come quell’ex guerrigliero tupamaro, deposte le armi, riuscì a governare il Paese nel quinquennio tra il 1° marzo 2010 e il 1° marzo 2015. Certo, furono costruite case per la povera gente prima reclusa nelle baracche di latta e furono legalizzate la produzione, la distribuzione e la vendita della marijuana; però il film sorvola un po’ sull’effettiva politica di governo condotta da Mujica, preferendo mostrarlo come un generoso, solo a tratti malinconico, “Cincinnato”, s’intende disinteressato a ogni forma di privilegi, onori e prebende. Nelle sale per quattro giorni, da domenica 13 ottobre a mercoledì 16 ottobre, con I Wonder Pictures, per la serie “Stories”.

Michele Anselmi

Qui sotto, per chi fosse interessato, la mia recensione di qualche mese fa al bel film “Una notte di 12 anni”.

C’È UN GRANDE FILM DA VEDERE SUBITO: “UNA NOTTE DI 12 ANNI”URUGUAY NERO 1973-1985: QUANTO PUÒ RESISTERE UN…

Geplaatst door Michele Anselmi op Woensdag 9 januari 2019

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