L’angolo di Michele Anselmi

Vorrei essere chiaro: sono sicuro che la 78ª Mostra del cinema di Venezia (1-11 settembre) sarà “bellissima, straordinaria, sorprendente”, per usare tre aggettivi cari al direttore Alberto Barbera, il quale, con la consueta minuziosità, cioè film per film, ieri ha presentato il ricco menù. Nel cartellone spiccano autori importanti, filmoni hollywoodiani, varietà di generi, soprattutto cinque titoli italiani in competizione più altri tre inseriti nella sezione fuori concorso. Immagino quindi che i registi italiani in gara, cioè Sorrentino, Martone, Frammartino, Mainetti e i fratelli D’Innocenzo, abbiano fatto dei capolavori per essere scelti in così gran numero, a guisa di quintetto miracoloso su un numero totale di 21 titoli chiamati a sfidarsi per il Leone d’oro (ho sentito alla radio che non succedeva dal 1984).
Ma resto dell’idea, anche dopo aver ricevuto in privato alcune garbate letterine di contestazione per quanto da me scritto ieri su Cinemonitor e Facebook sulla corposa compagine tricolore, che le rappresentanze nazionali, in un contesto squisitamente internazionale, dovrebbero essere amministrate con più rigore.
Intendiamoci, non è solo una questione formale o “diplomatica”, ma di sostanza, appunto di rappresentanza. E se il festival di Cannes se ne infischia, piazzando addirittura sette film francesi più due di coproduzione in concorso, non per questo, secondo me, bisogna fare altrimenti con il italiani.
So di essere in minoranza, in materia. Facile rispondermi: “E che doveva fare Barbera? Non prendere quei cinque film, anche se sono perfetti per il concorso, solo perché sono italiani?”. Messa così, non ci piove. Ma il risultato è il seguente: il 25 per cento (o quasi) dei film in gara quest’anno a Venezia sono tricolori. Lo squilibrio mi pare evidente, anche se naturalmente spero che, vista la massiccia formazione schierata, l’11 settembre possa finalmente arrivare un premio “pesante” per l’Italia. Certo, la consuetudine vuole che noi si prenda il Leone d’oro solo quando c’è un presidente di giuria italiano (non sto parlando di “aiutino”, solo di coincidenze ripetute dal finire degli anni Cinquanta in poi); quest’anno a presiedere c’è il coreano Bong Joon-ho, che però custodisce una gran passione per il Bel Paese e le canzoni di Gianni Morandi, ricorderete il suo “Parasite”.
Vedremo e sapremo, sempre ricordando che non ha granché senso fare giornalisticamente le pulci alla scelta dei premi, perché una cosa sono le deliberazioni dei giurati e un’altra le pagelline dei critici.
Ma torno al tema che mi sta a cuore. Gillo Pontecorvo, che fu direttore della Mostra in anni lontani, spiegava che fare un festival è un po’ “come andare per funghi”: ci sono annate buone e annate meno buone. Io, permettetemi il ricordo personale, ho lavorato per tre-quattro anni con Pontecorvo, in veste di “selezionatore”. Ricordo litigate e votazioni su alcuni film, pure errori e sottovalutazioni, per non dire cantonate. Per dire: ci viene sempre rimproverato di non aver preso “Gli Spietati” di Clint Eastwood in concorso, ma in realtà nessuno ce lo propose; la curatrice della sezione Mezzanotte semplicemente lo cassò di sua iniziativa senza nulla dirci e passò oltre (allora la commissione selezionatrice non si occupava di tutto il menù della Mostra, purtroppo).
Tuttavia, al di là della bellezza di questo o quel film, un criterio di ripartizione “geografica” deve permanere, per i motivi più diversi: lingue, storie, stili espressivi, idee opposte di cinema, sensibilità, sguardo ampio sul mondo. Certo, non esiste un numero perfetto, ma direi che sia ragionevole fissare a 3 la presenza dei film italiani in concorso, proprio per favorire uno spettro ampio di proposte all’interno della sezione competitiva. Una volta, mi pare di ricordare, arrivammo arrivò a 4, con qualche perplessità da parte mia e non solo. Certo, erano anni diversi: Goffredo Fofi ci infiocinava su “Panorama” scrivendo che facevamo una Mostra “rinascente-cecchigoriana”, insomma da grandi magazzini e asservita a Mario Cecchi Gori, come se oggi non fosse Rai Cinema a fornire, anche giustamente visto gli investimenti sul cinema d’autore, quasi tutti i film nazionali selezionati.
Attualmente il consenso è massimo attorno alla Mostra condotta da Alberto Barbera, sicuramente con piglio brillante, senso dello spettacolo e gusto cinefilo. Tuttavia cinque titoli italiani in gara, più tre fuori concorso, più tutti gli altri nelle varie sezioni offrono, magari senza volerlo, l’idea di una Mostra che non solo raccoglie “il momento di grazia del cinema italiano”, ci sta, ma se ne fa anche concretissimo sostenitore e promotore. Sempre nella speranza che quei film, una volta finita la Mostra, trovino davvero un pubblico nelle sale riaperte con qualche pessimismo di fondo.

Michele Anselmi