L’angolo di Michele Anselmi

Che cosa fa di Denzel Washington, classe 1954, un grande attore? La presenza (pure con qualche chilo di troppo). Basta che appaia in scena e il pubblico si dispone ad ascoltare la sua storia, perché c’è qualcosa di davvero carismatico in lui: nel suo modo di camminare, di tacere o parlare, di intrecciare gli sguardi, di preparare l’attacco o celare il passato. Vederlo per credere, a tre anni da “The Equalizer 2”, in questo “Fino all’ultimo indizio”, targato Warner Bros, che il quasi coetaneo regista John Lee Hancock gli ha cucito addosso, secondo i modi di un poliziesco dai tratti esistenziali, tra malinconico e crepuscolare, in fondo costruito su un tirante sempre efficace: l’ossessione.
Dove vederlo? Dallo scorso 5 marzo è disponibile a pagamento su Amazon Prime Video, Apple Tv, Youtube, Google Play, TimVision, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV, Sky Primafila e Infinity (le ho dette tutte). Seconda domanda: vale la pena, nonostante il costo non proprio economico di quasi 15 euro? Sì, io al cinema avrei pagato volentieri il prezzo del biglietto.
Siamo nel 1990, in California. Qualcuno sta uccidendo da anni giovani donne, in modi orribili e rituali, seguendo un rigoroso spartito che però non prevede lo stupro dei corpi. Spedito per punizione nell’isolata Kern County, il vicesceriffo Joe “Deke” Deacon non è mai venuto a capo di quegli omicidi; ma il capo lo manda a Los Angeles per una veloce faccenda burocratica e il caso fa il resto. Il killer ha ucciso quattro ragazze in due mesi e l’ambizioso sergente Jim Baxter, brillante, giovane e azzimato, non sa che pesci pigliare. Deacon si fa risucchiare nella caccia ed ecco i due poliziotti, ciascuno dei quali sembra avere un motivo personale per risolvere il caso, fare coppia a sorpresa.
Direi che sia l’andamento lento, meditabondo, la vera qualità di “Fino all’ultimo indizio”, titolo più banale dell’originario “The Little Things”. Il veterano sfodera infatti una teoria, maturata nell’esperienza, sui dettagli utili a individuare i colpevoli: “Sono le piccole cose che ti fanno beccare”. Ma che cosa succede quando il cacciatore si fa troppo coinvolgere sul piano emotivo e diventa “angelo” delle vittime?
L’indagine è un po’ un pretesto per mettere a confronto, sul piano del “fattore umano”, i due poliziotti: l’uno, Deacon, avanti con gli anni, agnostico, tormentato da fantasmi e pure mollato dalla moglie; l’altro, Baxter, giovane e moderno, cattolico, con una famigliola perfetta. Poi c’è il principale sospettato, un tal Albert Sparma: tipo irridente e provocatore, dai capelli lunghi e unti, capace di dribblare ogni pressione investigativa.
Leggo in una recensione del collega Maurizio Ermisino che nel film ci sarebbero tracce di “Seven” e “True Detective”; può darsi, anzi sarà certamente così, immagino a causa di certe atmosfere asprigne e desolate. In effetti tutti risultano un po’ deragliati, psicologicamente, nel compiersi degli eventi e nella rievocazione degli antefatti; purtroppo il copione s’ingarbuglia un po’ nel sottofinale sfocato, piuttosto inverosimile, prima dell’epilogo “aperto”.
Ma l’aria del tempo, tra automobili, arredi e musiche d’epoca, è restituita con notevole precisione; e i tre protagonisti sono ben assortiti: Denzel Washington è naturalmente il tormentato Deacon; Rami Malek, già Freddy Mercury in “Bohemian Rhapsody”, lo smottato Baxter; Jared Leto l’indisponente Sparma.

Michele Anselmi