L’angolo di Michele Anselmi

Fu alquanto maltrattato dai critici alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, considerato alla stregua di un “filmetto” messo in concorso non si capisce perché. Invece continuo a pensare che “Sundown” del messicano Michel Franco, se preso per il verso giusto, custodisca una sua intrigante qualità, proprio per il tono randagio, misterioso e inespresso della vicenda.
Nelle sale da giovedì 14 aprile con Europictures, “Sundown”, più o meno “tramonto”, si situa all’opposto del distopico, frastornante e tutto politico “Nuevo Orden”, premiato l’anno prima al Lido con il Leone d’argento. Non che ci sia da stare tranquilli nella turistica Acapulco evocata dal regista: soldati in assetto di guerra pattugliano le spiagge, un killer venuto dal mare spara alle spalle a un tizio sotto l’ombrellone e succederà anche di peggio strada facendo.
Ad abbrustolirsi sotto il sole, come se nulla più lo toccasse, c’è un laconico cinquantenne inglese, tal Neil Bennett. Invece di ripartire con la sorella Alice e i nipoti, a causa di un grave lutto familiare che rovina la vacanza, l’uomo inventa una scusa per non prendere il volo. Perché si comporta così? Perché non gli fanno gola i soldi che pure gli toccherebbero, essendo lui nel ramo della grande macellazione suina?
Il film, poco più di 80 minuti in tutto, osserva senza spiegare, facendo affiorare segnali che acquistano un senso alla fine dei giochi. Neil ciondola per Acapulco, viene derubato nell’alberghetto dove ha trovato posto, conosce una bella ragazza che vende paccottiglia per turisti, una tal Berenice, e s’innamora di lei, peraltro riamato, sicché non risponde alle telefonate sempre più nervose che arrivano da Londra.
A suo modo un enigma, e sta qui la suggestione, almeno per me, di un film minimalista, spiazzante, intimista, nel quale si parla poco e contano i gesti, perché rivelano gli stati emotivi dei personaggi e lo stato poco rassicurante di un Paese (ogni tanto viene da pensare a un romanzo di Cornell Woolrich).
Tim Roth, pure coproduttore, è davvero bravo, nel senso di una recitazione ridotta all’osso, anti-psicologica, quasi distratta, nell’incarnare questo inglese deciso a perdersi e ritrovarsi nel paesaggio messicano: impermeabile agli eventi, anche a un arresto, forse ormai rassegnato a tutto, ma deciso a farsi accarezzare dal sole e dal corpo di quella donna, resa benissimo da Iazua Larios (mentre la sorella nevrotica che non capisce è Charlotte Gainsbourg).
PS. Meglio vederlo in inglese coi sottotitoli se lo trovate, purtroppo nella versione italiana Tim Roth non parla con la voce di Massimo Popolizio che lo doppiò benissimo nella serie tv “Lie To Me”.

Michele Anselmi