Sound & Vision

“Mulholland Drive” non ha certamente bisogno di presentazioni. Da alcuni definito “il miglior film del Ventunesimo secolo”, da altri considerato il magnum opus nella filmografia di David Lynch. È facile, però, concordare sul fatto che questo lungometraggio rappresenti al meglio la cifra stilistica ed autoriale del grande regista americano. A vent’anni dall’uscita nelle sale, in un mese particolarmente ricco di titoli interessanti come “The French Dispatch” o il thriller “Ultima Notte a Soho”, la pellicola torna al cinema, offrendo agli spettatori una nuova occasione per immergersi nell’immaginario audiovisivo lynchiano.
Sin dalle prime sequenze si viene traghettati all’interno del mondo onirico del film. Una perturbante danza in cui ballerini in green screen si sovrappongono tra loro viene musicata da un pezzo jazz, Jitterbug, il cui andamento traballante e sincopato sembra nascondere oscuri segreti mai rivelati. Il piano elettrico di Angelo Badalamenti, fedele sodale di Lynch che appare anche in un esilarante cameo, si ibrida agli archi della The City Of Prague Orchestra, mentre la macchina da presa pedina una limousine che si muove a rallentatore nel buio. Il tema oscilla, ricordando quello composto per “Twin Peaks”, tra aperture sognanti e accordi minori che tingono di oscurità l’armonia. Badalamenti colora di atmosfere noir le proprie composizioni che ora tendono verso il jazz più strutturato, ora verso la musica drone più atonale nelle sequenze dove il sogno si trasforma in un febbrile incubo. La colonna sonora originale composta dal collaboratore di Lynch ha un suono notturno, cupo, tremendamente scuro ed oscuro allo stesso tempo. Badalamenti plasma sapientemente il sound design, un magma sonoro fatto di archi ed ottoni in continua ebollizione destinato ad esplodere nei momenti più orrorifici della pellicola. Quello che è un clangore udibile a male pena si trasforma improvvisamente in un raptus di violenza, un muro di rumore bianco in primo piano che investe lo spettatore. Basti ricordare la terrificante scena all’interno dell’altrimenti ordinario diner losangelino. Un topos, questo, ricorrente in tutto il cinema di Lynch: creature sovrannaturali turbano, con la loro presenza, un altrimenti ordinario e quotidiano scenario suburbano. Il suono in costante tensione con sé stesso riflette le contraddizioni insite all’interno del mondo dello spettacolo americano. Le insegne luminose di Hollywood nascondono una realtà ben più oscura, fatta di mafie e ricatti. Sulle note silenti e riflessive del compositore di origini italiane l’utopia del sogno americano si trasforma in un febbricitante sogno lucido, a cavallo tra realtà e immaginazione. Le promesse di una luminosa carriera come attrice si eclissano tra rimorsi, autodistruzione e tendenze omicide.
Lynch, lui stesso musicista, atipico chitarrista, cura, come un artigiano che modella il legno, le sonorità della pellicola. Interessato più alla materialità del suono che alla composizione stessa, il regista enfatizza i rumori eleggendoli a fluida composizione. Vere e proprie sinfonie musicali emanano dalla statica di rumore bianco dei lampioni notturni. L’interferenza come messaggio indecifrabile verso un altrove mistico. Verso la loggia nera della cittadina di Twin Peaks. Il segnale televisivo disturbato della sequenza di apertura di “Fuoco Cammina con me” reso in musica. Lynch arricchisce la pellicola con alcune sue composizioni dark jazz, tra le quali spiccano Go Get Some e Pretty 50s. In queste canzoni il regista si affida a distorte e tremolanti chitarre elettriche cariche di riverbero a molla, sostenute da batterie suonate con le spazzole e tappeti di Fender Rhodes. Una formula questa che verrà ripresa anche da band come i “Kilimanjaro Dark Jazz Ensamble” ed i “Bohren and Der Club of Gore”, veri e propri seguaci delle scelte sonore che hanno reso celebre Lynch.
Tanto è stato detto a riguardo di questa pellicola dal giorno in cui vent’anni fa uscì nelle sale per la prima volta. Quello che continua ad essere certo, ora come allora, è che quando si è al cinema a vedere un film del calibro di Mulholland Drive non resta altro che abbandonarsi, come ipnotizzati, al mondo onirico plasmato dal suo demiurgo, lasciandosi trasportare dalla narrazione, visiva e sonora. Silencio.

Gioele Barsotti